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Donatella Colasanti e il massacro del Circeo

Donatella Colasanti

I responsabili dovranno essere puniti. Io non mi arrendo fino a quando non avrò avuto giustizia.

Donatella Colasanti è sopravvissuta al massacro del Circeo fingendosi morta e ha passato i trent’anni successivi a rifiutarsi di lasciar cadere quella verità, prima in tribunale e poi, davanti a chiunque volesse ascoltarla.

Nata a Roma il 12 maggio del 1958, era una studentessa diciassettenne del quartiere popolare della Montagnola, quando, nel settembre 1975, aveva conosciuto Angelo Izzo e Gianni Guido tramite un amico comune, in un bar dell’Eur. I due, insieme ad Andrea Ghira, avevano precedenti penali per violenza e rapina, frequentavano ambienti dell’estrema destra romana che Donatella Colasanti e l’amica Rosaria Lopez ignoravano del tutto.

Con la scusa di una festa a Lavinio, Izzo e Guido avevano portato le due ragazze a Villa Moresca, vicino San Felice Circeo, la sera del 29 settembre. Lì le avevano spogliate, legate e chiuse in un bagno. Arrivato anche Ghira, i tre si erano accaniti soprattutto su Rosaria Lopez, violentata più volte, picchiata e infine annegata nella vasca da bagno. Donatella Colasanti era stata colpita ripetutamente alla testa e trascinata per la casa legata per il collo, fino a perdere i sensi. Si era salvata soltanto perché si era finta morta. Dopo circa trentasei ore di sequestro, i tre l’avevano chiusa, insieme all’amica morta, nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca. Tornati a Roma, avevano lasciato l’auto in viale Pola ed erano andati a cena come se nulla fosse accaduto. Verso le undici di sera del 30 settembre, un metronotte aveva sentito i colpi e le urla provenire dal bagagliaio e dato l’allarme ai carabinieri, che l’avevano trovata ancora viva accanto al corpo dell’amica.

La famiglia di Rosaria Lopez aveva accettato un indennizzo di cento milioni di lire dalla famiglia di Guido e non si era costituita parte civile.

Donatella Colasanti, invece, aveva scelto di andare a processo, assistita dall’avvocata Tina Lagostena Bassi, tra le voci più importanti del femminismo giuridico italiano di quegli anni.

Durante il processo la difesa aveva attaccato la sua reputazione più che i fatti, secondo la strategia allora comune nei processi per violenza sessuale, tanto che si era trovata quasi a doversi difendere per i suoi comportamenti.

Il dibattito giuridico e mediatico che ne è seguito, ha segnato una svolta nella presa di coscienza contro la violenza di genere in Italia.

Il 29 luglio 1976 la sentenza di primo grado aveva condannato Izzo e Guido all’ergastolo e Ghira, latitante, all’ergastolo in contumacia. In appello, nel 1980, la pena di Guido era stata ridotta a trent’anni dopo una sua dichiarazione di resipiscenza.

Ghira non è mai stato arrestato. Fuggito in Spagna, si era arruolato nella Legione straniera sotto falso nome ed è morto di overdose nel settembre 1994 a Melilla, identificato con certezza, solo anni dopo, tramite il DNA.

Guido, evaso dal carcere di San Gimignano nel 1981 era fuggito in Argentina, dove era stato arrestato per poi evadere di nuovo nel 1985. Rintracciato, infine, a Panama e estradato in Italia nel 1994, ha finito di scontare la pena, commutata in lavori socialmente utili, nel 2009.

A Izzo venne la semilibertà nel dicembre 2004, nonostante gli appelli di Donatella Colasanti perché non gli fossero dati permessi. Pochi mesi dopo, nell’aprile 2005, l’uomo ha ucciso a Ferrazzano una donna, Maria Carmela Maiorano e sua figlia Valentina di 14 anni. È stato condannato all’ergastolo anche per questo duplice omicidio.

Nei trent’anni tra il processo e la morte, Donatella Colasanti ha lavorato alla Regione Lazio e ha coltivato poesia, teatro e musica, senza mai smettere di tornare a raccontare la sua storia.

La sua è stata una delle testimonianze più forti dietro la battaglia, guidata soprattutto da Tina Lagostena Bassi, che nel 1996 ha portato la legge n. 66 a riclassificare la violenza sessuale da reato contro la morale pubblica a reato contro la persona.

Della copertura mediatica attorno al caso, però, non ha mai fatto mistero della propria stanchezza: “Ora basta che nessuno parli più del massacro del Circeo“, aveva detto, chiedendo che restasse un caso di giustizia e non di curiosità morbosa.

Si è spenta a Roma il 30 dicembre 2005, a quarantasette anni, per un tumore al seno, pochi mesi dopo aver visto confermato, nel modo più tragico, ogni avvertimento che aveva lanciato inascoltata su Angelo Izzo.

Nel 2020 la sua casa romana è diventata un centro antiviolenza che porta il suo nome.

Nel giorno del suo compleanno, il 12 maggio 2021, a Roma, nel quartiere San Paolo, le è stato intitolato un parco pubblico, con la targa «Donatella Colasanti, combattente per la giustizia».

Il libro più noto sulla tragica vicenda è La scuola cattolica di Edoardo Albinati, del 2016, vincitore del Premio Strega. Quasi milletrecento pagine in cui l’autore, che aveva frequentato la stessa scuola dei tre assassini, l’istituto San Leone Magno, indaga sulle origini sociali e culturali della loro brutale violenza. Ne è stato tratto anche l’omonimo film diretto da Stefano Mordini, uscito nel 2021.

Centrati sulla storia di Donatella Colasanti sono il fumetto Il massacro del Circeo, di Leonardo Valenti e Fabiano Ambu, il saggio Il massacro del Circeo. 29-30 settembre 1975, di Iacopo Benevieri, Ilaria Amenta e Laura Ballestrazzi, uscito nel 2025 per il cinquantesimo anniversario, e lo spettacolo teatrale Circeo, il massacro, scritto da Filippo Renda ed Elisa Casseri, con Alice Spisa nel ruolo di Donatella Colasanti, in scena dal 2019.

Nel 2022 è uscita la miniserie televisiva Circeo, diretta da Andrea Molaioli, in cui il suo personaggio è interpretato dall’attrice Ambrosia Caldarelli, e nel 2025, per l’anniversario, il podcast A nudo. Il massacro del Circeo, prodotto da Emons in collaborazione con Il Fatto Quotidiano, scritto e condotto da Angela Di Berardino e Giulia Mariani, che ha scelto di raccontare la vicenda mettendo al centro le vittime.

Donatella Colasanti ha passato la vita a chiedere che le istituzioni facessero quello che a Villa Moresca nessuno aveva fatto per lei, ascoltarla e crederle, e lo ha fatto sapendo che, ogni volta, avrebbe dovuto ancora raccontare la notte peggiore della sua vita.

Battiamoci per la verità.

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