“Tu stai mentendo. Io c’ero quando sono caduti i razzi e le bombe a grappolo.”
Lo aveva detto guardando dritto negli occhi un generale russo che sosteneva non fosse successo nulla a Groznyj, mentre la città veniva bombardata.
Natal’ja Ėstemirova, giornalista e attivista russa, ha documentato, esponendosi con grande coraggio, i crimini commessi durante la seconda guerra cecena.
Ha dedicato la sua intera vita a raccogliere testimonianze su esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e torture, restituendo un volto e un nome alle vittime di un conflitto che le autorità russe e cecene tentavano di far passare sotto silenzio.
Il suo lavoro le è costato la vita.
Rapita a Groznyj il 15 luglio 2009, è stata uccisa lo stesso giorno, in un omicidio che a distanza di anni resta impunito.
Nata a Kamyšlov, nell’Oblast’ di Sverdlovsk, il 28 febbraio 1958 da padre ceceno e madre russa, era cresciuta in Cecenia dove si era laureata in storia. Fino al 1998 ha insegnato in una scuola superiore di Groznyj: sapeva parlare alle persone, anche alle più ostili, con la pacatezza di chi è abituata a rivolgersi a chi non conosce ancora la crudeltà del mondo. È stata proprio questa capacità a renderla poi una testimone così efficace delle violenze che si accingeva a documentare.
Con lo scoppio della seconda guerra cecena, nel 1999, aveva affidato la figlia ad alcuni parenti a Ekaterinburg e cominciato a raccogliere testimonianze nelle zone più colpite dal conflitto. Dal 2000, come rappresentante a Groznyj dell’organizzazione per i diritti umani Memorial, ha percorso la Cecenia e l’Inguscezia in lungo e in largo, visitando ospedali, parlando con le famiglie delle vittime, fotografando le ferite di bambine e bambini.
Nel 2004, quando si è diffusa la notizia del bombardamento del villaggio di Rigakhoy, dove un’intera famiglia era rimasta uccisa, per prima è arrivata in quel luogo remoto e irraggiungibile in auto, convincendo i parenti a riesumare i corpi perché il mondo potesse vedere ciò che era stato fatto.
È stata una delle fotografie scattate da lei, quel giorno, a essere mostrata due anni più tardi al presidente statunitense George W. Bush, al summit del G8 di San Pietroburgo.
Ha collaborato con testate come Novaja Gazeta e il portale Kavkazskij uzel, ha realizzato tredici brevi documentari sulle vittime della repressione russa e ha lavorato a fianco di colleghi che avrebbero pagato con la vita il proprio impegno, come la giornalista Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006, e l’avvocato Stanislav Markelov, ucciso nel gennaio del 2009. Al funerale di Markelov ha pronunciato parole che suonano oggi come un presagio: “Noi difensori dei diritti umani difendiamo le persone e combattiamo i crimini, mentre lo stato combatte contro di noi.“
Il suo lavoro le ha portato riconoscimenti internazionali – il Right Livelihood Award nel 2004, la Medaglia Robert Schuman nel 2005, il Premio Anna Politkovskaja nel 2007 – ma anche l’ostilità di Ramzan Kadyrov, il presidente ceceno.
Poco prima di morire, in un’intervista televisiva, aveva difeso il diritto delle donne cecene a non indossare il velo per costrizione, dichiarando che si trattava di una scelta personale e non di un’imposizione religiosa. È stata, probabilmente, quella l’ennesima goccia che ha convinto Kadyrov a considerarla un problema personale da risolvere: non più una giornalista russa lontana dalla sua giurisdizione, ma una donna cecena su cui voleva esercitare controllo.
Nella mattina del 15 luglio 2009, è stata rapita nei pressi della sua abitazione a Groznyj, mentre lavorava su un caso particolarmente delicato riguardante un’esecuzione extragiudiziale. Due testimoni l’hanno vista mentre veniva trascinata a forza su un’auto e l’hanno sentita urlare che la stavano sequestrando. Il suo corpo, colpito da armi da fuoco alla testa e al torace, è stato ritrovato lo stesso pomeriggio in un’area boschiva dell’Inguscezia, vicino al villaggio di Gazi-Jurt.
Le indagini ufficiali hanno indicato come colpevole un ribelle ceceno, morto pochi mesi dopo in un’operazione militare e quindi mai processato. Una conclusione che giornalisti e attivisti per i diritti umani hanno giudicato da subito un insabbiamento, sottolineando le troppe incongruenze, dal DNA non corrispondente alle armi ritrovate solo dopo la morte del presunto assassino. Oleg Orlov, presidente di Memorial, non ha avuto dubbi nell’additare pubblicamente Kadyrov come mandante, pagando quell’accusa con una causa legale per diffamazione. A distanza di anni, nessuno è mai stato condannato per il suo omicidio.
Natal’ja Ėstemirova ha rincorso la verità ad ogni costo, incurante dei pericoli che questo comportava. Non si è fatta intimorire e ha fatto sentire la sua voce di dissenso in difesa di chi non aveva i mezzi per esprimerlo. Hanno dovuto ammazzarla brutalmente per tacitarla, ma il suo lavoro d’inchiesta è rimasto e il suo esempio non verrà mai dimenticato.
Lo dobbiamo alla sua totale dedizione in difesa della libera informazione e dei diritti umani.















