Maria Airaudo, partigiana, ha attraversato un secolo di storia portando nel polmone la scheggia della pallottola con cui i fascisti, nel 1945, hanno cercato di ucciderla per aver salvato tre compagni.
Operaia tessile a tredici anni, scioperante sotto la dittatura e studentessa lavoratrice, ha portato avanti la memoria della Resistenza nelle scuole e tra le giovani generazioni.
Nata il 18 ottobre 1924 a Villar, frazione di Bagnolo Piemonte, in provincia di Cuneo, è cresciuta in una famiglia numerosa e tanto povera. La madre faceva l’infermiera pubblica ed era spesso fuori per assistere le partorienti nelle campagne. Lei, ancora piccolissima, badava a sorelle e fratelli e alle neonate e ai neonati che la madre prendeva ad allattare.
A scuola era bravissima ma, a otto anni, finita la quarta elementare, aveva dovuto fermarsi.
A dodici anni lavorava a servizio presso una famiglia. A tredici era entrata nello stabilimento tessile di Luserna San Giovanni, in Val Pellice. Aveva imparato in fretta, era la più giovane e la più produttiva dell’intera fabbrica, con la sua paga manteneva la famiglia e saldava i debiti del padre.
Con la militarizzazione della fabbrica, alla vigilia della guerra, i ritmi erano diventati durissimi. Il tessuto per l’esercito doveva essere fitto e impermeabile e chiedeva il doppio della fatica per la stessa paga. Anche un’assenza per malattia poteva costare una denuncia al tribunale militare speciale.
Nel 1941 una sua compagna di lavoro aveva partorito in fabbrica ed era tornata ai telai tre giorni dopo, perché non aveva altro modo di sfamare la sua famiglia. In uno stabilimento di circa 2.500 persone, in prevalenza donne, quell’episodio aveva fatto scattare uno sciopero in piena guerra e sotto la dittatura, con le camionette fasciste davanti ai cancelli. La donna che guidava la protesta era stata caricata su una di quelle camionette e di lei nessuno ha più saputo nulla. Alla fine della seconda settimana a resistere erano rimaste solo cinque persone, un uomo e quattro donne, tra cui Maria Airaudo. Grazie alla protesta ottennero sette giornate retribuite per le lavoratrici dopo il parto, una conquista enorme in un’epoca senza sindacati.
Continuando a lavorare per portare a casa lo stipendio, era tornata a scuola e, superato l’esame di quinta elementare, si era iscritta all’avviamento commerciale. Nel settembre del 1943, mentre sosteneva lo scritto di italiano, l’allarme per un bombardamento aveva interrotto l’esame.
Il 30 dicembre 1943 le truppe naziste entrarono a Bagnolo per terrorizzare la popolazione e costringere i giovani renitenti a presentarsi. In un solo giorno uccisero circa venti persone, tra cui un suo cugino colpito mentre attraversava la strada per tornare a casa. Davanti a quei corpi senza vita, prese la decisione di unirsi alla Resistenza.
Divenne, così, staffetta della 105ª Brigata Garibaldi con il nome di battaglia Mary. Grazie al lasciapassare tedesco che le serviva per il lavoro poteva muoversi senza destare sospetti. Pedalando per chilometri, portava messaggi, documenti e armi nascosti nel doppiofondo della borsa o in una sacca cucita sotto i vestiti. Impiegata anche al Comune di Bagnolo, dove compilava le tessere annonarie, riusciva a procurare documenti falsi.
Ha sempre raccontato di aver fatto la partigiana senza rendersene conto, la parola sarebbe arrivata dopo.
Era il 26 marzo 1945 quando, mentre correva ad avvertire tre partigiani, venne presa dai fascisti. I tre riuscirono a fuggire, lei venne condannata alla fucilazione. Dopo averle sparato la lasciarono a terra credendola morta. Lei si rialzò e riuscì a scappare.
Poiché non poteva andare in ospedale, era stata curata in casa e, quando arrivarono i tedeschi, rimase nascosta sotto una catasta di fascine.
Venne operata soltanto dopo la Liberazione, per due ore e senza anestesia. Pochi giorni dopo era già di nuovo in fabbrica.
Nella primavera del 1946 un medico le aveva dato tre mesi di vita, e invece ha superato i cento anni. La scheggia non le è mai stata tolta dal polmone e ne ha pagato le conseguenze, ma non si è mai pentita della scelta fatta a diciannove anni.
Nel dopoguerra ha continuato a battersi per il lavoro e per l’emancipazione delle donne, considerando la Resistenza il modello di ogni battaglia successiva.
Per moltissimi anni si è recata nelle scuole per raccontare la sua storia e ha guidato la sezione di Torre Pellice dell’Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra. Ha affidato la sua testimonianza all’archivio dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e a Noi, partigiani, il memoriale dell’ANPI.
Nonostante la sua bella età, Maria Airaudo è ancora in grado di ricostruire ogni dettaglio di quegli anni, anche se, dice, per vivere deve cercare di non pensarci.
“Eravamo da vent’anni sotto il regime fascista, dove nessuno poteva opporsi, dovevamo soltanto obbedire. Noi volevamo pace e pane. Se non ci fosse stata la speranza di tornare alla pace, io non avrei fatto la staffetta.”















