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Chiara Saraceno

Chiara Saraceno

Il lavoro della casalinga è lavoro invisibile, isolato, perché non produce remunerazione salvo che indirettamente, come risparmio e valorizzazione.

Chiara Saraceno, considerata la più importante sociologa italiana, è una grande esperta di cambiamento sociale, sviluppo demografico, donne, politiche e mutamenti familiari, welfare e povertà.

Testimone attiva di tutti i principali cambiamenti che il femminismo ha portato nella società, ha contribuito a far conoscere gli studi di genere nel nostro paese.

Approfondendo l’importanza del lavoro di cura non retribuito delle donne, ha mostrato quanto lo Stato poggi su questa gamba nascosta dell’economia sociale.

È nata a Milano il 20 ottobre 1941, in una famiglia molto numerosa. La madre è stata una donna coltissima, nonostante avesse frequentato solo pochi anni di scuola, mentre suo padre si è laureato quando è nato il terzo figlio grazie anche all’aiuto della moglie nei ripassi serali. Persone che si sono fatte da sé e hanno trasmesso a figlie e figli il valore dello studio come strumento di emancipazione, senza distinzioni tra maschi e femmine, anche se faccende domestiche e libertà di uscire la sera restavano divise per genere. Durante il liceo è partita per un anno di scambio negli Stati Uniti, un’esperienza rara per l’epoca che le ha portato una buona conoscenza della lingua inglese.

Laureata in filosofia teoretica all’Università Cattolica di Milano con una tesi sulle origini del pragmatismo statunitense, ha insegnato storia e filosofia nei licei facendo intanto l’assistente volontaria all’università, senza stipendio. Per una donna, ai tempi, la carriera accademica era quasi impossibile. Nella facoltà c’era una sola professoressa ordinaria, Sofia Vanni Rovighi, e alle laureate non venivano assegnate nemmeno le poche borse di studio disponibili.

Il movimento studentesco ha cambiato la sua prospettiva. Partecipando all’occupazione della Cattolica, ha rotto con Gioventù Studentesca, di cui era stata vicepresidente, vivendo quella che ha definito una vera scomunica, dolorosa ma capace di aprirle altri mondi.

Alla fine del 1968 ha seguito Francesco Alberoni all’Università di Trento, rinunciando a un posto sicuro nella scuola, e lì è nata la sua vocazione di sociologa. In quegli anni era già sposata con il politologo Gian Enrico Rusconi.

A Trento ha iniziato a occuparsi di sociologia della famiglia. Entrata nel movimento delle donne, ha partecipato alle campagne per il divorzio, la contraccezione e l’aborto.

Con Dalla parte della donna e Anatomia della famiglia ha affrontato temi che la sociologia italiana aveva sempre ignorato. Il prezzo è stato alto. Ha perso il primo concorso da ordinaria per ragioni politiche. I suoi studi venivano guardati con sufficienza perché considerati questioni private accanto ai temi “seri” di classe ed economia.

Anche dentro il movimento delle donne la sua posizione è stata scomoda. Firmava con il proprio nome invece di sciogliersi nel collettivo, scriveva saggi rigorosi e non pamphlet, e ha preso presto le distanze dal femminismo della differenza, senza però mai rinnegare quell’esperienza.

Chiamata nel 1984 nella prima Commissione d’indagine sulla povertà, presieduta da Ermanno Gorrieri, per rappresentare il punto di vista delle donne, ha studiato senza sosta fino a fare di quel tema uno dei cardini della sua ricerca.

Anni dopo ha presieduto la Commissione d’indagine sull’esclusione sociale, istituita da Livia Turco.

All’Università di Torino ha insegnato sociologia della famiglia, ha diretto il Dipartimento di Scienze sociali e il CIRSDe, il Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere.

Il suo manuale Sociologia della famiglia, firmato con Manuela Naldini, è diventato un testo di riferimento.

Con Marzio Barbagli ha realizzato la prima ricerca sull’instabilità coniugale in Italia, Separarsi in Italia.

Insieme a Simonetta Piccone Stella ha curato il volume Genere. La costruzione sociale del femminile e del maschile, che ha fatto conoscere al pubblico italiano autrici e autori fino ad allora poco tradotti.

Porta la sua firma di curatrice anche Diversi da chi? Gay, lesbiche e transessuali in una città metropolitana. Il libro raccoglie la prima ricerca sistematica sulle esperienze, le reti sociali, le relazioni affettive e le condizioni di vita di persone gay, lesbiche e transessuali in un grande contesto urbano.

Attualmente è honorary fellow del Collegio Carlo Alberto di Torino.

Grande ufficiale della Repubblica e membro corrispondente della British Academy, nel 2023 ha ricevuto il premio Tartufari dall’Accademia dei Lincei e nel 2025 il Premio Internazionale Dialoghi di Pistoia.

Chiara Saraceno non ha mai smesso di intervenire nel dibattito pubblico: scrive per la Repubblica e La Stampa e collabora con siti come ingenere.it e lavoce.info.

Ha presieduto il comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza e continua a sostenere che il welfare sia un investimento e non un costo, a partire da asili nido, sostegno alle famiglie povere e servizi che restituiscano tempo alle donne.

Nei libri più recenti, da Coppie e famiglie. Non è questione di natura a L’equivoco della famiglia, fino al libro-intervista con Maria Novella De Luca La famiglia naturale non esiste, ha smontato l’idea di un unico modello di famiglia, che ancora oggi esclude tante forme di amore, unione e filiazione.

Si è sempre descritta come una straniera, rimasta a lungo sulla soglia di gruppi e discipline, senza appartenervi né esserne del tutto esclusa.

Curiosità, gusto del rischio e tenacia sono le qualità che rivendica, insieme a un orgoglio un po’ spigoloso di cui non si è mai pentita.

La famiglia naturale non esiste. La famiglia è un istituto storico. Se il matrimonio non è più, da parecchio tempo, fondato sulla convenienza ma sull’amore e lo scopo non è più solo riproduttivo, allora ogni coppia che si ami e si impegni reciprocamente è legittima e merita riconoscimento.

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