Il razzismo è un problema di classe, non di diversità culturale. La cosa che la gente teme di più non è il diverso colore della pelle ma la povertà. Se su un mezzo pubblico sale un africano in giacca e cravatta che al telefono parla di affari, nessuno lo guarda male. Se lo stesso uomo fosse vestito male, l’atteggiamento sarebbe molto diverso. È una cosa che conosco bene, perché l’ho provata sulla mia pelle. Un giorno il padre di un ragazzo con cui sono uscita per anni mi disse: “Vedi Alketa, il fatto non è che tu sei albanese. Se tu fossi la figlia di Sali Berisha, non ci sarebbe alcun problema.”
Alketa Llani, manager e attivista italiana di origine albanese, ha attraversato l’Adriatico su un motoscafo di trafficanti a quattordici anni, ed è diventata una delle voci più nitide sul razzismo di classe in Italia.
Nata a Durazzo, in Albania, il 19 giugno 1982, è arrivata in Italia nell’estate del 1996, a quattordici anni, su un motoscafo. Mentre erano ancora in mare, i trafficanti hanno gettato in acqua i passeggeri per l’avvicinarsi di una motovedetta della Guardia costiera, in anni in cui i giubbotti di salvataggio non si usavano ancora. Suo padre, saldatore al porto di Durazzo, non vedeva più un futuro per lei e per il fratello minore nell’Albania instabile del dopo comunismo, e ha scelto di raggiungere le sorelle già stabilite a Taranto.
Per due anni e mezzo è stata clandestina, senza poter uscire di casa, parlare albanese o andare a scuola. “Mi sentivo come un topo di fogna“, ha raccontato. Con la sanatoria del 1998 ha potuto finalmente iscriversi, unica straniera insieme a un’altra ragazza su millecinquecento studenti.
Per amore del suo primo ragazzo, italiano, la cui famiglia cercò in ogni modo di ostacolare la relazione, si è trasferita a Genova, dove si è laureata in Comunicazione interculturale. Ha poi conseguito un master in Gran Bretagna e, nel 2015 a Roma, un altro in Diversity management. Oggi lavora per un importante vettore turistico, occupandosi di mercati emergenti.
Ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2013, dopo diciassette anni in Italia. Quando lo ha saputo, in ufficio, è scoppiata a piangere davanti alle colleghe. Ha un compagno italiano e un figlio, Ettore Illir, chiamato così in onore degli antichi Illiri e perché “Illir”, nella sua lingua, significa libertà: è anche il nome di suo padre.
Con Simohamed Kaabour ha fondato l’associazione Nuovi Profili, di cui è vicepresidente, dedicata a chi come lei porta dentro di sé più identità insieme.
Alketa Llani continua a tornare regolarmente in Albania, dove ha ancora casa e parenti, orgogliosa di un paese che considera bellissimo anche se arretrato. Ma il razzismo di classe che ha imparato a riconoscere da adolescente non le ha impedito di costruirsi, in Italia, esattamente la vita che voleva.
Noi siamo i nuovi profili del mondo. Portiamo dentro di noi le diversità, in un mondo fluido dove sono facili le contaminazioni. Alla fine ogni persona del mondo è uno zingaro, in cerca di qualcosa.















