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Alma Sabatini. Il sessismo nella lingua italiana

Alma Sabatini femminista e linguista

Ora teoricamente si dovrebbe declinare tutto al femminile, anche sulla stampa: persino l’Accademia della Crusca l’ha accettato, eppure la gente non lo sa, c’è una tenacia sciocca a resistere. Una cosa è il sapere culturale, altra cosa è la sensazione: posso capire e accettare che ci sia la sensazione che una determinata parola sia sgradevole (penso alle molte amiche che non desiderano essere chiamate “avvocate”, anche se siamo abituati a dire “avvocata nostra” nelle preghiere), ma occorre convincersi che è ridicolo dire “il ministro è in sala parto” o “il ministro si sta facendo le unghie”. La lingua non è né neutra né neutrale. Non è indifferente usare una parola o un’altra, un genere o un altro.

Alma Sabatini, linguista, femminista, attivista che ha lasciato un segno nelle lotte per la liberazione delle donne.

Nata a Roma il 6 settembre 1922, si laureò in Lettere moderne nel 1945. Nel 1967 partecipò alla fondazione della Società di linguistica italiana. Dal 1963 si avvicinò al Partito radicale, sposando la causa antirazzista, anticolonialista, libertaria: a lei si deve la traduzione e la diffusione in Italia di numerosi documenti della New Left, del movimento studentesco e di quello dei neri statunitensi. Partecipò alla fase costituente del Movimento di Liberazione della Donna.

Dal 1970 avvertì la necessità di formare dei gruppi di presa di coscienza riservati alle donne, all’interno dei quali discutere lontane dallo sguardo e dalla parola maschile. Di fronte al rifiuto espresso dall’assemblea nazionale del partito di legittimare tale pratica, si dimise e creò un gruppo di autocoscienza che si riunì con regolarità fino alla primavera del 1972. Pubblicò numerosi contributi sulle riviste Effe e Quotidiano Donna affrontando tematiche della causa femminista come aborto, maternità, sessualità, pari opportunità, prostituzione e matrimonio.

Trascorsa una prima fase molto raccolta di confronto e identificazione tra le partecipanti, il gruppo si orientò verso la ricerca di collegamenti con altri collettivi e l’intervento politico ‘all’esterno’. Alma Sabatini curò i rapporti con Lotta Femminista, scrivendo sul bollettino del gruppo e partecipando all’organizzazione di una delle prime manifestazioni pubbliche del femminismo italiano, il sit-in dell’8 marzo 1972 in piazza Campo de’ Fiori, duramente caricato dalle forze dell’ordine e durante il quale ‘l’insegnante Alma Sabatini’ venne ferita alla testa, finendo su tutti i principali quotidiani italiani. Di lì a qualche mese Lotta Femminista, dopo aver accolto diverse donne provenienti dal MLD, dal Fronte italiano di liberazione femminile e singole, cambiò nome in Movimento Femminista Romano. Il gruppo mise in cantiere campagne sulla pubblicità oltraggiosa dell’immagine femminile, sulla prostituzione, sull’aborto. Di quest’ultima campagna la mobilitazione cresciuta intorno al processo a Gigliola Pierobon (accusata di aborto clandestino commesso da una minorenne) determinò una grossa accelerazione. Alma Sabatini fu tra le donne che si autodenunciarono in aula, nel giugno 1973. In quegli anni continuò a viaggiare ripetutamente negli Stati Uniti, diventando elemento di collegamento tra il femminismo italiano e quello nordamericano, prendendo contatti con il Feminist Women’s Health Center e la National Organization of Women.

Al principio del 1975 uscì con altre dal collettivo redazionale di Effe, vissuto come troppo subalterno al calendario politico della sinistra e al riformismo. Dal 1979 iniziò a scrivere per Quotidiano donna, nel quale, dal 1981, curò una rubrica, Che ne pensi?, con cui propose riflessioni sul carattere sessista della lingua italiana.

Negli anni Ottanta si batté molto per l’approvazione della legge contro la violenza sessuale (approvata nel 1996).

Nel 1984 venne chiamata a far parte della Commissione per la parità tra uomo e donna della Presidenza del consiglio dei Ministri, che avviò una importante ricerca sulla parità tra i sessi nella lingua, nei mass media e nelle istituzioni scolastiche. Nel 1985, il lavoro svolto dalla Commissione confluì nella pubblicazione delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana per la scuola e l’editoria scolastica. Approdo di questo percorso fu il volume Il sessismo nella lingua italiana (1987).

Linee guida rivolte alle scuole e all’editoria scolastica per proporre l’eliminazione degli stereotipi di genere dal linguaggio.

A seguito di un’indagine sulla terminologia usata nei libri di testo e nei mass media, Sabatini metteva in risalto la prevalenza del genere maschile, usato in italiano anche con doppia valenza (il cosiddetto maschile neutro) che cancella dai discorsi la presenza del soggetto femminile. Sottolineava il mancato uso di termini istituzionali e di potere declinati al femminile (ministra, sindaca, assessora, ecc.) e il prestigio accordato a un termine maschile, ma non al corrispettivo femminile.

Nonostante le tante critiche ricevute, il suo lavoro aprì un dibattito sulla necessità di innovare la lingua italiana che ha coinvolto anche l’Accademia della Crusca.

I saggi di Alma Sabatini servivano a chi con la lingua ci lavora, come gli operatori dell’informazione, ma anche del mondo della scuola. Cambia il mondo se si entra in un’aula, magari alla scuola primaria, e si dice “buongiorno a tutte e tutti”; perché educa al pluralismo e alla differenza.

Per molte e molti, ancora oggi, declinare le parole di professioni al femminile suona male e ci si rifiuta di farlo, ma l‘uso appropriato dei termini ha un valore molto più ampio che non appartiene soltanto alla sfera della linguistica. Per alcuni ruoli da tempo ricoperti dalle donne siamo ormai abituati: come la maestra, l’infermiera. Il problema invece esiste per professioni, ruoli e cariche a cui le donne hanno avuto accesso più di recente o a lungo ricoperte soprattutto da uomini. Spesso poi sono le stesse donne a non volere che si utilizzi il femminile nei titoli, nelle parole. Le ragioni sono diverse: da una parte c’è l’idea – sbagliata – che nell’italiano esista il neutro. Poi c’è anche chi ritiene che declinando una carica al femminile si perda una parte del prestigio, o si rischi di essere meno rispettate. Come se la declinazione al femminile fosse in qualche modo sminuente per quella persona.

L’uso quotidiano dimostra qualcosa di simile: quando si dice segretario tutti pensano al segretario di partito o a un funzionario, la segretaria invece fa pensare alla donna che lavora in un ufficio. Nonostante oltre 30 anni di studi autorevoli, non si è ancora capito che dare il corretto nome alle cose è fondamentale, altrimenti si rischia di falsare la realtà.

Dietro le parole che si utilizzano c’è un mondo, ricco di problemi che vanno certamente oltre il linguaggio. Un esempio è quando si utilizza il maschile inclusivo o maschile non marcato. Quando diciamo che la scrittrice X è “uno tra i maggiori scrittori viventi”, si è sostanzialmente detto che il maschile è il modello.

Si fa più fatica a utilizzare un linguaggio inclusivo se non se ne capisce il senso. L’errore che spesso si fa è pensare la lingua come un monolite, mentre questa cambia, è viva, evolve e quindi a sua volta ha il “potere” di realizzare e modificare. La lingua è uno strumento prezioso e potente che carica le persone di una grande responsabilità. Ovviamente usare il femminile non risolve tutto, ma di sicuro ciò che non si dice, non esiste, o non ha valore. Per cui, un maggiore rispetto passa per forza di cose attraverso il linguaggio verbale, definisce e non esclude. Le parole sono importanti e determinano la mentalità.

Alma Sabatini, che era soprannominata dalle sue compagne Tazio Nuvolari, morì, insieme al marito Robert Braun, in un incidente d’auto a Roma il 12 aprile 1988. I funerali laici vennero celebrati presso la Casa Internazionale delle Donne, che lo stesso anno le intitolò il proprio centro di documentazione.

Alla vita di Alma Sabatini è dedicato il documentario Mi piace vestirmi di rosso, del 2012, diretto da Laura Valle.

#unadonnalgiorno

 

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