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Ilka Oliva Corado e i diritti delle donne indigene

Ilka Oliva Corado scrittrice e giornalista del Guatemala

Ilka Oliva Corado è giornalista, scrittrice e pittrice. Cresciuta a Ciudad Peronia, in Guatemala, è stata venditrice ambulante di gelati, raccoglitrice di fragole, maestra e arbitra di calcio (la sua grande passione). Ha vissuto in ristrettezze economiche sopportando le brutture della discriminazione per quella pelle così olivastra, per quel viso dai tratti così indigeni, vittima di violenza verbale e vessazione psicologica all’interno del suo stesso nucleo familiare. Dopo essersi diplomata in educazione fisica, si iscrive alla facoltà di psicologia ma interrompe gli studi nel 2003 per emigrare negli Stati Uniti; un viaggio fatto, come molti altri centroamericani, in modo clandestino. Lo racconta in Storia di una indocumentata, l’unico suo libro tradotto in italiano.

A 24 anni, lascia il suo Paese, prende un aereo per il Messico e da lì inizia il lungo cammino, attraverso i deserti di Sonora e Arizona, che l’avrebbe portata negli Usa. Solo dieci anni dopo, Ilka Oliva Corado trova il coraggio di scrivere la sua storia. La frontiera l’ha cambiata, l’ha distrutta, ha compromesso molto della sua esistenza, ma compie comunque un vero “atto di coraggio”, o forse un atto terapeutico, raccontare al mondo cosa significa quella frontiera. Lei, indocumentata tra gli indocumentati, rifiuto latinoamericano, come la polizia di frontiera l’ha definita, lei espalda mojada (schiena bagnata) e piegata per le fatiche dell’attraversamento, dedica il suo libro “Storia di una indocumentata” “agli immigrati indocumentati che sono morti nel tentativo, a quelli che sopravvivono alla frontiera della morte, a quelli che emigreranno”.

Il libro è un grido di dolore che intrappola e colpisce dritto allo stomaco. 

Ilka Oliva Corado non è l’intellettuale che fa interviste sul campo, il campo lo ha vissuto in prima persona. L’autorità conferitale dal deserto le dà la forza di raccontare un’altra frontiera, quella delle violenze, delle persecuzioni, della migrazione, dei coyote e dei sequestri di persona, il cui unico elemento di resistenza è – quando c’è – la solidarietà tra migranti. La sua è una battaglia che fa leva sulla memoria, sulla presa di coscienza dei lettori, una battaglia semantica sull’uso della parola “indocuementato”, perché “clandestini”, come ovunque nel mondo, vengono definiti i migranti che attraversano quel confine, sono delinquenti e i migranti non lo sono.

Sul suo blog “Cronicas de una inquilina” precisa che una nube passeggera la battezzò come migrante senza documenti, però con maestria in discriminazione e razzismo.

Alla fine di febbraio ha pubblicato Cuando la victima es indigena.

Nel testo, si domanda quale sarebbe il nostro comportamento se scoprissimo che il molestatore coinvolto in un caso qualsiasi non è più uno sconosciuto ma è, ad esempio, nostro fratello, padre, nonno, sposo, compagno, fidanzato. E ancora, come reagirebbe una giornalista di una qualunque testata di informazione se alla sua porta bussasse un gruppo di giovani, per denunciare per molestie un personaggio noto al pubblico, magari impegnato pure in prima fila nella difesa dei diritti umani. Sapremo guardare negli occhi chi sta prendendo coraggio e non vuole più accettare una tradizione patriarcale dura a morire, o semplicemente ci gireremo dall’altra parte?

C’è poi l’ultima domanda, la più difficile: e se queste giovani sono indigene o nere? Passiamo forse la mano, perché tanto a chi importa ciò che succede a una indigena o a una nera, tranne quando abbiamo bisogno di fare folklore?

Non sono domande retoriche quelle che ci pone Ilka Oliva Corado, perché poco tempo fa in Guatemala, un noto difensore dei diritti dei popoli indigeni ha molestato almeno quindici indigene, ma i mezzi di comunicazione a cui queste si sono rivolte, si sono rifiutati di dare spazio alla loro testimonianza, perché il responsabile ha fama internazionale e loro sono soltanto un gruppo di giovani indigene, molestate come è successo a milioni di altre nella storia umana.

Si è giunti a suggerire loro, diplomaticamente, di denunciare ciò che è successo senza fare il nome del responsabile, affrontando il tema in termini generali, per aprire un dibattito pubblico sul tema delle molestie.

È davvero così grande allora il peso del patriarcato, del razzismo, del classismo e della doppia morale?

Ilka Oliva Corado termina il suo articolo, con la speranza che queste donne nere e indigene trovino spazio in mezzi di comunicazione alternativi, dove la loro voce di denuncia sia ascoltata, senza che nessuno pensi di diminuire il valore della loro parola semplicemente per motivi etnici.

#unadonnalgiorno

 

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