Per tutta la mia carriera mi sono occupata di donne, la mia è stata ed è un’ossessione, ma sicuramente una di quelle più magnifiche.
Shirin Neshat, fotografa, videoartist e regista iraniana, esplora la complessità della cultura islamica attraverso lo sguardo delle donne. Il suo lavoro si muove tra i contrasti che hanno segnato la sua stessa biografia, Islam e Occidente, femminilità e mascolinità, vita pubblica e vita privata, antichità e modernità. Il suo sguardo evita il giudizio per concentrarsi sulle molteplici sfaccettature culturali, sociali e psicologiche delle sue figure femminili.
È nata a Qazvin, città religiosa dell’Iran nordoccidentale, il 26 marzo 1957, quarta di cinque fratelli e sorelle in una famiglia benestante. Ha imparato i valori tradizionali musulmani dai nonni materni, in un ambiente che descrive come caldo e permissivo. La madre si occupava della casa; il padre, medico, idealizzava lo stile di vita occidentale, al punto che, avrebbe raccontato in seguito Neshat, l’identità di entrambi i genitori si è lentamente dissolta, scambiata con il comfort che serviva alla loro classe sociale. È stato comunque il padre a trasmettere alle figlie la stessa apertura riservata ai figli maschi, incoraggiandole a essere individui, a correre rischi, a imparare, a vedere il mondo, e mandandole tutte all’università.
Ha studiato in un collegio cattolico a Teheran. Nel 1975 ha lasciato l’Iran per studiare arte alla University of California di Berkeley, dove ha conseguito la laurea, il master e il Master of Fine Arts in Belle Arti, allieva di Harold Paris e Sylvia Lark. Si è laureata nel 1983 e si è trasferita a New York, la città che sarebbe diventata la sua casa.
A New York ha presto capito che fare arte non sarebbe stato, almeno per allora, il suo mestiere. Dopo aver conosciuto l’uomo che sarebbe diventato suo marito, alla guida dello Storefront for Art and Architecture, uno spazio alternativo di Manhattan, gli ha dedicato dieci anni di lavoro. In quel decennio ha realizzato pochissima arte, per lo più distrutta. Si sentiva intimidita dalla scena artistica newyorchese e non riteneva il proprio lavoro abbastanza sostanziale.
Nel 1990, un anno dopo la morte dell’ayatollah Khomeini, è tornata in Iran per la prima volta. È stata, ha raccontato, una delle esperienze più scioccanti della sua vita, di fronte a un paese profondamente cambiato rispetto ai ricordi dell’adolescenza. Lo Storefront, che funzionava come un laboratorio culturale frequentato da artisti, architette e architetti, filosofe e filosofi, l’ha aiutata a riaccendere l’interesse per l’arte, e nel 1993 ha ricominciato sul serio, partendo dalla fotografia.
Le prime opere mature, le serie Unveiling (1993) e Women of Allah (1993-97), sono ritratti di donne interamente ricoperti di calligrafia persiana e di versi di poetesse iraniane contemporanee, come Forough Farrokhzad. Sono immagini nitide, in bianco e nero, diventate uno dei tratti distintivi della sua ricerca, capaci di mettere in discussione gli stereotipi associati alle donne musulmane.
Nel 1999 ha vinto il Primo Premio Internazionale della 48ª Biennale di Venezia con Turbulent e Rapture, un progetto che ha coinvolto quasi 250 comparse, presentato in anteprima mondiale all’Art Institute of Chicago. Ha diretto anche Anchorage (1996), Shadow under the Web (1997), Soliloquy (1999), Fervor (2000) e Passage (2001), lavori proiettati spesso su pareti opposte per creare contrasti visivi netti tra luce e ombra, bianco e nero, maschile e femminile. Nel 2002 ha realizzato, con la cantante Sussan Deyhim, lo spettacolo multimediale Logic of the Birds, andato in scena al Lincoln Center Summer Festival di New York.
Nel 2009 ha debuttato nel lungometraggio con Women Without Men, tratto dal romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur, dedicato al colpo di stato del 1953 sostenuto da Stati Uniti e Regno Unito, che aveva rovesciato il governo iraniano eletto democraticamente. “È stato un lavoro d’amore durato sei anni” ha detto. “Questo film parla al mondo e al mio paese.” Il film le ha fatto vincere il Leone d’argento per la migliore regia alla 66ª Mostra del Cinema di Venezia.
Nel luglio dello stesso anno ha preso parte a uno sciopero della fame di tre giorni davanti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, in protesta contro le elezioni presidenziali iraniane. Nel 2017 ha diretto l’Aida di Giuseppe Verdi al Festival di Salisburgo, con Riccardo Muti sul podio e Anna Netrebko nel ruolo del titolo. Interrogata sulla sfida di mettere in scena, da donna iraniana, un’opera che parla di obbedienza politica, religione e amore, ha risposto: “A volte i confini tra Aida e me si confondono“.
Ha co-diretto con Shoja Azari i lungometraggi Looking for Oum Kulthum (2017) e Land of Dreams (2021), quest’ultimo scritto da Jean-Claude Carrière.
Nel 2013 Dior le ha commissionato il cortometraggio Illusions & Mirrors, con Natalie Portman.
Dopo la morte di Mahsa Amini, nel 2022, ha portato la propria opera Woman Life Freedom a Piccadilly Circus, a Londra, e ha partecipato alla mostra collettiva Eyes on Iran, a Roosevelt Island, New York, in solidarietà con le proteste iraniane.
Le sue opere sono state esposte in una lunga serie di retrospettive, alla Detroit Institute of Arts nel 2013, al Mathaf di Doha nel 2014, e soprattutto al Broad Museum di Los Angeles nel 2019, con Shirin Neshat: I Will Greet the Sun Again, la mostra più ampia mai dedicata al suo lavoro in trent’anni di carriera, poi approdata al Modern Art Museum di Fort Worth nel 2021.
Ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, il Crystal Award del Forum Economico Mondiale di Davos nel 2014 e il Praemium Imperiale nel 2017.
In Italia ha lasciato un segno alla stazione Toledo della metropolitana di Napoli, con l’installazione permanente La Vita è Teatro, il Teatro è Vita.
Vive a New York da più di quarant’anni, ma l’Iran non ha mai smesso di essere il centro della sua opera. È un paese che ha lasciato da ragazza e a cui non ha più potuto fare davvero ritorno, trasformato dalla rivoluzione islamica in un luogo che riconosce sempre meno.
Nelle sue immagini di donne velate, di corpi coperti di calligrafia, di sguardi che non chiedono mai compassione, ha trovato il modo di restituire voce a una condizione che ha vissuto in prima persona, e che continua a raccontare da lontano, senza mai smettere di intrecciare la propria biografia alla storia del suo paese.
Anche se non mi considero un’attivista, credo che la mia arte, qualunque sia la sua natura, sia un’espressione di protesta, un grido per l’umanità.















