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Maria Giudice

Maria Giudice è stata socialista giornalista tra le prime sindacaliste e femministe italiane

L’emancipazione delle donne non si conquista fondando organizzazioni femminili separate, ma costruendo per tutte, attraverso il lavoro e l’indipendenza economica, un reale miglioramento morale e intellettuale della società, capace di garantire alle donne le stesse condizioni di vita degli uomini.

Maria Giudice, giornalista, sindacalista e dirigente socialista, è stata la prima donna a guidare una Camera del Lavoro in Italia.

Ha attraversato i grandi conflitti del primo Novecento italiano, il socialismo di inizio secolo, la Grande Guerra, il fascismo e la Resistenza, pagando con il carcere le proprie battaglie.

Nata il 27 aprile 1880 a Codevilla, in provincia di Pavia, era figlia di Ernesta Bernini e di Ernesto Giudice, reduce garibaldino. Studiò a Pavia, dove ottenne il diploma magistrale, e svolse il tirocinio professionale a Voghera. Fu lì che si avvicinò al Partito Socialista Italiano.

L’incontro con il giornalista Ernesto Majocchi la introdusse nel giornalismo: curò Donna che piange, l’appendice della rivista L’uomo che ride, e collaborò con il periodico Eva.

Nel 1902 la polizia iniziò a sorvegliarla per la sua attività di propaganda tra le operaie tessili di Voghera. L’anno seguente diventò segretaria della locale Camera del Lavoro, e il Partito Socialista la mandò poi a dirigere quella di Borgo San Donnino, in provincia di Parma.

Un suo articolo sugli eccidi di Torre Annunziata le costò una condanna a diversi mesi di carcere. Incinta del primo figlio, si rifugiò in Svizzera, dove già dal 1903 si era recata più volte per sostenere le operaie e gli operai tessili italiani emigrati. Conobbe l’anarchico Carlo Civardi, con cui visse in una libera unione da cui nacquero sette figli.

In Svizzera incontrò anche Lenin e un giovane Mussolini, e strinse un legame di amicizia e collaborazione con Angelica Balabanoff, con cui fondò il quindicinale Su Compagne!

Rientrata in Italia nel 1905, fu arrestata e rilasciata dopo alcuni mesi per amnistia. Continuò comunque la propria attività di propaganda e, nel 1910, accettò un incarico come maestra elementare a Musocco, in Lombardia, da cui fu licenziata nel 1913 in seguito a un dissidio con l’amministrazione scolastica. Già dal 1912 aveva ripreso a scrivere per La Difesa delle lavoratrici, firmandosi con lo pseudonimo Magda.

Nel 1913 si trasferì a Borgosesia, in Piemonte, dove lavorò alla redazione de La Campana socialista e fu eletta segretaria della Federazione socialista valsesiana. Fu ancora arrestata per aver guidato la Lega Rossa, lo sciopero delle lavoratrici e lavoratori tessili che provocò forti tumulti.

Nel 1916 il Partito Socialista la chiamò a Torino a dirigere la locale Camera del Lavoro: fu la prima donna in Italia a ricoprire quella carica. Divenne anche segretaria della Federazione torinese del PSI e diresse, prima di Antonio Gramsci, il giornale Il Grido del Popolo.

Contraria alla Prima guerra mondiale, nello stesso anno fu arrestata per aver manifestato pubblicamente insieme a Umberto Terracini.

Nel 1917, durante le rivolte scoppiate a Torino per la mancanza di pane, fu arrestata di nuovo e condannata a tre anni di carcere da dove uscì nel 1919 per amnistia. Carlo Civardi era intanto morto al fronte, per lo scoppio di una bomba a mano durante un’esercitazione.

Nel 1920 il partito la mandò in Sicilia, convinto che la sua capacità di propaganda potesse spronare le contadine all’azione. Presiedette lo stesso anno il congresso regionale socialista e, a Palermo, pronunciò l’orazione funebre di Giovanni Orcel, segretario dei metallurgici ucciso dalla mafia.

Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 1921, quando la sede della Federazione dei Metallurgici fu data alle fiamme, si mise in salvo insieme al compagno, l’avvocato socialista, Giuseppe Sapienza calandosi da un balcone con un lenzuolo. Insieme fondarono il giornale L’Unione, pubblicazione che si batté contro lo squadrismo fascista e che continuò a uscire nonostante due attentati incendiari.

È stata la madre di Goliarda Sapienza, che sarebbe diventata una delle più importanti scrittrici italiane.

Nel 1921 la coppia, che non si sposò mai, si trasferì a Catania, dove Maria Giudice entrò nella locale Camera del Lavoro. Nel 1922, durante un suo comizio a Lentini, la polizia sparò e uccise due donne; lei fu accusata di istigazione a delinquere per la rivolta che ne seguì, arrestata e infine prosciolta nel 1923.

Nel 1927 il regime fascista la ammonì, giudicandola pericolosa, e la mise sotto sorveglianza.

Per gli anni successivi si dedicò soprattutto alla cultura, allo studio del greco e del latino: la sua casa divenne un punto di ritrovo per giovani intellettuali e oppositori del regime, dove, secondo il racconto della figlia, si passava con naturalezza da Rosa Luxemburg a Dostoevskij.

Nel 1941 si trasferì a Roma con la famiglia, perché Goliarda Sapienza potesse frequentare l’Accademia d’Arte Drammatica diretta da Silvio D’Amico. Lì riprese i contatti con i dirigenti antifascisti, partecipò alla Resistenza e scrisse fogli clandestini ciclostilati.

Nel 1944 firmò l’atto di fondazione dell’Unione Donne Italiane, e l’anno successivo, insieme ad Angelica Balabanoff, scrisse Il traditore Mussolini, un ritratto del dittatore che aveva conosciuto anni prima durante l’esilio svizzero.

Nel 1947 sostenne la scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini.

All’inizio degli anni Quaranta cominciò a soffrire di vuoti di memoria, probabilmente legati alla malattia di Alzheimer.

Morì il 5 febbraio 1953 a Roma. Al funerale parteciparono, tra gli altri, Sandro Pertini, Umberto Terracini e Giuseppe Saragat.

Maria Giudice ha pagato le proprie battaglie con il carcere, la sorveglianza, la povertà, senza mai smettere di scrivere né di organizzare.

Sua figlia, Goliarda Sapienza, nella propria opera narrativa ha raccontato e riabilitato la sua figura, restituendole, dopo la malattia e l’oblio degli ultimi anni, la statura della rivoluzionaria che era stata.

Nel 2024 è uscito Maria Giudice. Vita folle e generosa di una pasionaria socialista di Maria Rosa Cutrufelli, un doveroso tributo a una «militante infaticabile, una missionaria del socialismo».

La donna è nel suo diritto quando prende parte alla lotta della scheda.

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