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Michela Murgia. Le donne al tempo del Covid-19

Michela Murgia. Le donne al tempo del Covid-19

Michela Murgia: il Covid-19 sta uccidendo la democrazia. Così le donne possono salvarla.

Credo che il futuro sia nella divergenza: che appartenga a chi porta una diversità importante.

In questi giorni tutti dicono: “Non vedo l’ora di tornare alla normalità”. Ma non succederà. Non che non torneremo al lavoro, a fare shopping, a teatro. Ma saremo dei sopravvissuti.

Questa esperienza ci ha cambiati per sempre.

Abbiamo scoperto che possiamo fare a meno, e anche a lungo, di ciò che contava molto per noi.

E questo ha a che fare con il femminismo.

Si è creduto a lungo che fosse un reperto del passato, lo si accompagnava all’aggettivo “vetero”. Ma il femminismo degli Anni Settanta è quello che ha permesso la formazione della galassia dei femminismi attuali. Non solo, ma che ci ha insegnato a guardare il mondo da una molteplicità di punti di vista e a esplorarne la sua diversità. Ed è proprio questo che ci servirà.

A me interessa in particolare il femminismo intersezionale, cioè quello che non si occupa soltanto di donne, ma esplora tutti i temi della contemporaneità. In particolare, ciò che viene considerato marginale.

Questo è stato il grande apporto del femminismo: aprire lo sguardo e l’analisi a contesti che erano stati ignorati.

Che cosa sta insegnando alle donne l’emergenza Covid-19? L’ha detto la virologa Ilaria Capua: questo virus uccide più gli uomini. Quando ci sarà la ripresa le prime a tornare al lavoro saranno forse, per questo, le donne. È una possibilità: prima dovevamo parlare di quote rosa.

Non c’è il rischio che accada come durante le due Guerre mondiali: finché gli uomini erano al fronte, le donne furono chiamate a fare tutto. Poi furono rispedite senza diritti e senza tanti complimenti a casa perché credo che abbiamo imparato la lezione.

Però avete notato: adesso, ai tavoli dell’emergenza ci sono solo uomini. Le donne sono nei laboratori, in corsia, dovunque si combatte il virus, ma sugli schermi, nelle conferenze stampa, sono tutti maschi. È loro la narrazione. Come se nei momenti di fragilità abbiamo bisogno di rassicuranti “papà”.

Pensiamo alla schiera di “sindaci sceriffi” che ci trattano in modo paternalistico. Ci stanno trattando da minorenni, che qualcuno deve rimproverare perché da soli non sanno come comportarsi.

Non si tratta di sostituire gli uomini al tavolo. Non è questo il punto. Le donne sono ora in prima fila. Ci sono. Certo c’è il problema del racconto ma oggi abbiamo il potere di gestirlo. Lo abbiamo tutti: siamo diventati tutti enti comunicativi. Le donne, però, hanno ancora difficoltà a proporsi: io faccio fatica a trovare le esperte per le trasmissioni.

C’è un problema di costruzione della leadership. E di certo, adesso, dobbiamo aspettare che l’emergenza finisca, perché ora dominano la paura e la fragilità.

La gente chiede addirittura l’esercito nelle strade come se da soli non fossimo capaci di comportarci bene.

Ma dopo, quello che dovremmo proporre non è una leadership femminile muscolare, ma un nuovo sistema di relazioni orizzontali.

Sul Financial Times è apparso un articolo che sosteneva che i nuovi eroi non sono più i soldati ma il personale sanitario.

Questo apre le porte non soltanto a una concezione meno bellica della storia, ma anche a protagoniste, anzi a eroine donne.

Ma non è quello di cui abbiamo bisogno. Questa è la mentalità delle Storie della buona notte per bambine ribelli.

Semplicemente sostituisce agli eroi, le eroine, ma resta una struttura piramidale della società, l’idea che esistano persone dotate di super poteri, che superano tutte le difficoltà, self made men e women che non fanno rete, che salvano il mondo da soli.

Invece è proprio il “racconto dell’eroe” che va smontato: dobbiamo costruire storie collettive in cui tutti siano responsabili e in cui, al posto dei superpoteri, ci sia la solidarietà.

La “salvatrice della Patria” non scardina il sistema di potere.

Adesso siamo nella fase Florence Nightingale: delle madre-soccorritrice pronta a immolarsi. Ma non è una novità: ci sono sempre state declinazioni sociali della “sindrome della crocerossina”.

Anzi capita spesso che, quando proprio è in crisi nera, una società maschilista si affidi a una donna: perché è sacrificabile.

Nel saggio Il sesso del terrore, Susan Faludi ha spiegato bene che cosa è successo dopo le Torri gemelle: le donne sono state ributtate indietro.

Gli eroi erano diventati i pompieri: oggi li abbiamo sostituiti con gli uomini in camice. Ma stiamo vivendo la stessa sospensione della libertà.

È sorprendente con quale facilità abbiamo accettato che venissero sospese libertà costituzionali fondamentali.

Adesso tracceranno perfino i nostri incontri con una app. Non avevamo mai vissuto una tale limitazione.

Sembra di vivere in un film sulla Ddr, ne Le vite degli altri. Ma a nessuno è sembrato strano.

E se pure ci verranno restituite tutte le libertà adesso sappiamo con quale facilità le negoziamo.

La Svezia non l’ha fatto: anziché considerare i suoi cittadini un mucchio di minorenni da tenere con il bastone, ha fatto affidamento al loro senso di responsabilità. Ma certo, la loro è una democrazia più matura.

Abbiamo capito che non c’è bisogno di spostare i corpi per far muovere le idee.

Di una cosa sono certa: sopravviverà a questa crisi chi avrà capito che questi strumenti tecnologici sono il nuovo modo di fare cultura e non un surrogato emergenziale, chi ha deciso di imparare e non di tamponare.

Abbiamo capito che la serenità è negli interstizi

Questo le donne l’hanno sempre saputo. Anzi ne hanno fatto un’arte e ora possono rappresentarlo.

Michela Murgia, scrittrice di Cabras, blogger e drammaturga. Tra le sue opere Ave Mary, Accabadora, Istruzioni per diventare fascisti.

Dal giugno 2018, Michela Murgia è autrice con Chiara Tagliaferri del podcast Morgana. In ogni episodio racconta la storia di una donna o di un uomo controcorrente e fuori dagli schemi.

#unadonnalgiorno

 

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