Le bambine devono essere istruite, non mutilate. Il taglio sulle donne deve finire, adesso.
Waris Dirie, modella, scrittrice e attivista, è diventata volto e voce della lotta contro le mutilazioni genitali femminili quando, all’apice della carriera, ha deciso di raccontare al mondo quello che aveva subito da bambina.
È nata presumibilmente il 21 ottobre 1965 nella regione di Galkayo, nel deserto somalo al confine con l’Etiopia, in una famiglia nomade con dodici tra figlie e figli. Il suo nome significa fiore del deserto.
Ha passato l’infanzia a condurre al pascolo capre, pecore e cammelli, camminando ogni giorno in cerca d’acqua e d’erba per gli animali, in una delle terre più aride del pianeta.
Aveva circa cinque anni quando è stata sottoposta all’infibulazione, la forma più estrema di mutilazione genitale. Una donna, con una lama e senza anestesia, le ha asportato i genitali esterni e l’ha cucita, lasciando una minuscola apertura. Sorelle e cugine sono morte per le conseguenze della stessa pratica, che in Somalia riguarda ancora quasi la totalità delle donne.
La madre l’ha aiutata a fuggire, di notte, quando a tredici anni il padre l’ha promessa in sposa a un uomo di circa sessant’anni in cambio di cinque cammelli. Ha attraversato da sola e scalza il deserto fino a Mogadiscio, in un viaggio di giorni che le ha lasciato i piedi segnati di cicatrici indelebili.
Uno zio, nominato ambasciatore nel Regno Unito, l’ha portata a Londra, dove ha lavorato come domestica senza stipendio, sette giorni su sette. Quando il mandato del parente è finito e la famiglia è rientrata in patria, lei ha scelto di rimanere, da sola e senza documenti in regola. Ha trovato una stanza in un ostello della YWCA e un lavoro come addetta alle pulizie in una catena di fast food. Non sapeva né leggere né scrivere e si è iscritta alla scuola serale per imparare l’inglese.
A diciotto anni ha incontrato il fotografo Terence Donovan che le ha proposto di posare per lui.
È stata fotografata per il Calendario Pirelli accanto a una giovanissima Naomi Campbell e ha sfilato a Parigi, Milano, Londra e New York.
Prima modella africana con un contratto in esclusiva con Revlon e prima donna nera in una campagna Oil of Olay, ha prestato il volto a Chanel, L’Oréal e Levi’s ed è finita sulle copertine delle principali riviste di moda. Ha avuto anche un piccolo ruolo nel film 007 – Zona pericolo, accanto a Timothy Dalton.
Per anni ha taciuto la sua storia dolorosa, finché ha raccontato tutto alla giornalista Laura Ziv per Marie Claire e poi in televisione a Barbara Walters. Quella confessione ha fatto il giro del mondo, rompendo un tabù che fino ad allora aveva tenuto nell’ombra milioni di bambine e donne.
Poco dopo, il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan l’ha nominata ambasciatrice speciale per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili, incarico che ha ricoperto fino al 2003.
Ha lasciato la moda e ha viaggiato in tutto il mondo incontrando premier, premi Nobel, comunità e leader religiosi. Ovunque ha parlato di una pratica difesa come tradizione e che lei ha sempre chiamato con il suo nome, violenza.
Con la scrittrice Cathleen Miller ha raccontato la sua vita in Fiore del deserto. Storia di una donna, pubblicato nel 1998, tradotto in decine di lingue e venduto in milioni di copie.
Sono seguiti Alba nel deserto, sul ritorno in Somalia e il ricongiungimento con la famiglia dopo vent’anni, Figlie del dolore, inchiesta sulle mutilazioni praticate anche in Europa, e Lettera a mia madre, in cui ha affrontato il rapporto con lei e il lato oscuro della carriera da modella, fino all’alcol.
Dal primo libro è stato tratto il film Fiore del deserto della regista Sherry Hormann, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2009, con Liya Kebede nel ruolo della protagonista. La sua storia è diventata anche un musical, Wüstenblume.
Nel 2002 ha fondato a Vienna la Waris Dirie Foundation, oggi Desert Flower Foundation, che lavora su prevenzione, educazione e cura. Con la sua organizzazione ha aperto a Berlino, all’ospedale Waldfriede, il primo centro al mondo dedicato all’assistenza completa delle donne che hanno subito mutilazioni genitali. La struttura offre chirurgia ricostruttiva, cure ginecologiche e sostegno psicologico. Al modello berlinese si sono poi ispirati gli ospedali di Stoccolma e Parigi, mentre ad Amsterdam è nato un polo di formazione per il personale medico.
Grazie al suo intervento, la piccola attrice di Gibuti che nel film l’aveva interpretata da bambina è sfuggita alla mutilazione. Da quella storia è nato il programma di adozioni a distanza Save A Little Desert Flower, che oggi protegge altre giovani a rischio.
Cittadina austriaca e madre di due figli, ha ricevuto la Legion d’onore francese e il World Women’s Award, consegnatole da Mikhail Gorbačëv.
L’Unione Africana l’ha nominata ambasciatrice per la pace e la sicurezza in Africa.
Oggi Waris Dirie continua a guidare la sua fondazione e ripete che vuole vedere la fine delle mutilazioni genitali femminili prima della fine della sua vita.
Ogni giorno, le donne spostano le montagne.














