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Suad Amiry

Suad Amiry

Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita? Ma quando accade che un intero popolo si trovi all’improvviso espropriato delle sue dimore, la domanda che passa, amara, di bocca in bocca è soltanto una: che fine fa quella bellezza, e che fine fa l’anima di chi in quei palazzi, in quei giardini, ci ha vissuto, ci ha pianto e ci ha gioito, per una vita intera?

Suad Amiry, architetta, scrittrice e attivista palestinese, è la fondatrice del Riwaq Centre for Architectural Conservation a Ramallah, che da oltre trent’anni salva dalla distruzione e dall’oblio il patrimonio architettonico della Palestina.

Con i suoi libri, tradotti in molte lingue, ha raccontato al mondo la vita quotidiana sotto occupazione con un’ironia capace di rendere visibile l’assurdo. Il suo memoir Sharon e mia suocera l’ha resa nota a livello internazionale.

Dice di sé di avere avuto tre esistenze. Quella da architetta, quella da attivista e la terza, da scrittrice, cominciata per puro caso. Al centro di tutte e tre c’è sempre stata la stessa ossessione, la casa, intesa come appartenenza e come perdita.

È nata a Damasco nel 1951, da madre siriana, cresciuta in un sontuoso palazzo della città vecchia, e da padre palestinese originario di Jaffa, intellettuale e giornalista. Lui era stato costretto a lasciare la sua città già in gioventù, per l’impegno politico contro l’autorità britannica, e con la Nakba la famiglia ha perso per sempre la casa di Jaffa.

Profuga ad Amman, tra lunghi soggiorni a Damasco, Beirut e Il Cairo, ha raccontato di essere cresciuta con l’assenza di una casa e con la presenza fortissima di un’altra.

Quando era adolescente, il padre ha ottenuto per la prima volta, dopo vent’anni, il permesso di tornare in Palestina. È andato a Jaffa, ha bussato alla porta della sua vecchia casa e ha chiesto alla donna che ci abitava di poterla rivedere e di recuperare la fotografia di sua madre appesa sopra il letto. Lei gli ha chiuso la porta in faccia. Rientrato ad Amman, per un mese intero non è riuscito a parlare con nessuno. Quella scena l’ha segnata per sempre. Ha capito che forse non avrebbe mai avuto la forza di restare in piedi davanti alla casa paterna senza poterci entrare, e infatti, anche dopo essersi trasferita in Palestina, per molti anni non è riuscita ad andarci.

Ha spiegato di aver scelto l’architettura proprio a causa dell’idea di casa e della sua perdita.

Ha studiato all’American University di Beirut, poi all’Università del Michigan, e si è addottorata all’Università di Edimburgo con una tesi dal taglio più antropologico che architettonico, Space, Kinship and Gender: The Social Dimension of Peasant Architecture in Palestine. Partendo dal villaggio di Deir Ghassaneh, in Cisgiordania, ha studiato come parentela e genere organizzassero lo spazio contadino, una gerarchia invisibile a uno sguardo esterno, in cui la maggior parte dei luoghi spettava agli uomini e altri erano riservati alle donne. Anni dopo, quella ricerca è diventata il libro Peasant Architecture in Palestine: Space, Kinship and Gender.

All’inizio degli anni Ottanta è arrivata a Ramallah come turista. Lì ha conosciuto il sociologo e attivista Salim Tamari, che è diventato suo marito. Rimasta in Palestina, ha cominciato a insegnare architettura alla Birzeit University. Davanti a paesaggi ancora intatti ma già segnati dalla demolizione di centinaia di villaggi dopo la Nakba, ha sentito l’urgenza di proteggere quello che restava.

Nel 1991 ha fondato Riwaq, parola araba che indica il porticato, l’arcata che offre riparo dal sole e dalla pioggia. A muoverla erano i 420 villaggi palestinesi rasi al suolo nei primi anni dello Stato di Israele. Ha raccontato di essersi data come obiettivo di proteggerne altrettanti. Il centro ha impiegato tredici anni a compilare il primo registro nazionale degli edifici storici palestinesi, censendone oltre cinquantamila.

Ha poi avviato il progetto dei Cinquanta Villaggi, per restituire servizi e una vita dignitosa a chi abita nei centri storici, coinvolgendo le comunità nel recupero delle proprie case. Con lo slogan della creazione di lavoro attraverso la conservazione, ha formato nei mestieri del restauro lavoratrici e lavoratori rimasti senza impiego quando Israele ha chiuso le frontiere a chi arrivava dai Territori.

Per Suad Amiry la conservazione non è mai stata un fatto estetico. Riwaq ha restituito alla vita delle comunità oltre centoventi edifici storici, trasformandoli in sedi di associazioni di donne, biblioteche per bambine e bambini, centri giovanili e consigli di villaggio. È stato un modo concreto di aprire alle donne luoghi pubblici propri, proprio in quei villaggi in cui aveva studiato come lo spazio venisse diviso per genere.

L’organizzazione ha ricevuto l’Aga Khan Award per la rivitalizzazione del centro storico di Birzeit. Lei, in seguito, ha deciso di farsi da parte e di lasciare la guida a una nuova generazione. Oggi il centro ha una squadra composta in maggioranza da donne e a fare ricerca sono soprattutto giovani architette.

Negli stessi anni in cui nasceva Riwaq ha fatto parte della delegazione palestinese ai negoziati di pace di Washington e ha coordinato la squadra palestinese del programma dedicato a Gerusalemme al Folklife Festival dello Smithsonian. È stata poi viceministra aggiunta e direttrice generale del Ministero della Cultura palestinese e, più tardi, vicepresidente del consiglio di amministrazione della Birzeit University.

Si è impegnata a lungo nelle iniziative di pace promosse insieme da donne palestinesi e israeliane, convinta che il dialogo passi dall’ascolto delle esperienze quotidiane più che dalle trattative ufficiali. Ha portato le sue pagine anche nelle serate di V-Day, il movimento di Eve Ensler contro la violenza sulle donne, accanto a scrittrici palestinesi e israeliane riunite per ascoltarsi a vicenda.

La scrittura è arrivata durante l’assedio israeliano di Ramallah, all’inizio degli anni Duemila. Chiusa in casa dal coprifuoco con la suocera novantaduenne, che si era trasferita da lei per sicurezza, ha cominciato a tenere un diario e a scrivere email alle amiche e agli amici lontani. Ne è nato Sharon e mia suocera, pubblicato in Italia da Feltrinelli, un racconto tragicomico dei checkpoint, dei permessi negati e della convivenza forzata, in cui ha scoperto perfino che il suo cane aveva ottenuto un documento di Gerusalemme che a lei era negato. Il libro ha vinto il Premio Viareggio-Versilia, condiviso con la scrittrice italo-israeliana Manuela Dviri.

In Se questa è vita ha proseguito il diario dell’occupazione. Niente sesso in città, nato dallo sconforto per la vittoria di un partito religioso fondamentalista alle elezioni palestinesi, intreccia le vite delle sue amiche, donne colte, libere e ironiche della sua generazione, che smontano lo stereotipo occidentale sulle donne arabe. Ha spiegato di averlo scritto per raccontare chi era, ma anche chi avrebbe voluto essere e non ha potuto.

Per Murad Murad si è travestita da uomo e ha attraversato illegalmente il confine insieme a un gruppo di operai palestinesi diretti a Petah Tikva, in cerca di lavoro. Ne è uscito il racconto di un viaggio di diciotto ore che considera il libro più vicino al suo cuore.

Golda ha dormito qui racconta le dimore palestinesi di Gerusalemme confiscate dopo la Nakba e l’assurdità della legge israeliana sulla proprietà degli assenti, che dichiara assenti le persone proprietarie presenti in carne e ossa davanti alla propria porta. Tra le protagoniste c’è Huda al-Imam, che per anni, ogni sabato, è tornata davanti alla casa di famiglia e che lei chiama la Giovanna d’Arco della memoria palestinese.

Con Damasco è tornata alla famiglia materna. Scrivendolo ha scoperto che era un libro sulle donne, quelle della sua famiglia ma anche le ragazze vendute bambine dai padri per lavorare a servizio nel palazzo del nonno. Ha voluto ricordare due zie che non si sono mai sposate, hanno lavorato e hanno cresciuto da sole una bambina adottata, a metà del Novecento, in una società che consideriamo tradizionale.

Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea, pubblicato da Mondadori e poi in inglese come Mother of Strangers, è invece un omaggio a Jaffa e al padre, morto in esilio senza aver mai potuto tornare. Racconta la storia vera di una ragazza e di un ragazzo che la Nakba ha diviso, e che lei ha conosciuto quando avevano superato gli ottant’anni.

Ha curato, per Internazionale un numero monografico di racconti, foto e fumetti dalla Palestina.

Il suo lavoro le è valso il Premio Nonino Risit d’Aur, il Tamayouz Award come Woman of Outstanding Achievement, riconoscimento assegnato alle donne che hanno segnato l’architettura del Vicino Oriente e del Nord Africa, e l’Ada Louise Huxtable Prize. Più di recente, in Italia, ha ricevuto il Premio Argan dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici per la tutela dell’architettura storica palestinese. Nel riceverlo ha denunciato la distruzione del patrimonio storico di Gaza e ha detto che la sfida più urgente è restituire a chi ci vive i propri spazi e la propria dignità.

Il problema è che anche se tu lasci la Palestina, la Palestina non ti lascia. E questa è la vera occupazione di cui nessuno si rende conto.

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