scienza

June Almeida la donna che ha scoperto il primo coronavirus nel 1964

June Almeida

Lo sapevate che la prima persona che ha scoperto il coronavirus umano è stata una donna?

June Almeida ha scoperto la classe di virus che include il famigerato COVID-19, nel 1964.  

«Ci sono persone che vedono ciò che tutti guardano, e persone che riescono a vedere ciò che nessuno aveva ancora riconosciuto.»

La vita di June Almeida è tutta racchiusa in questa idea di intuizione silenziosa, ostinata, ignorata all’inizio e rivalutata soltanto molti anni dopo.

Per prima ha identificato il coronavirus umano, molto prima che quel nome diventasse familiare al mondo intero, eppure per decenni il suo contributo è rimasto quasi sconosciuto fuori dagli ambienti scientifici.

Solo dopo la pandemia di COVID-19 il suo lavoro è tornato sotto i riflettori, mostrando quanto spesso la storia della scienza abbia relegato ai margini le donne che hanno cambiato il nostro modo di comprendere il mondo.

Nata a Glasgow il 5 ottobre 1930, in una famiglia operaia scozzese, aveva lasciato la scuola a sedici anni perché non poteva permettersi di continuare gli studi. In un’epoca in cui alle ragazze veniva raramente incoraggiata una carriera scientifica, aveva iniziato a lavorare come tecnica di laboratorio al Glasgow Royal Infirmary, imparando sul campo ciò che altri apprendevano nelle università. La sua intelligenza visiva e la precisione del suo sguardo avevano però qualcosa di straordinario.

Dopo essersi trasferita in Canada, all’Ontario Cancer Institute di Toronto, si era specializzata nella microscopia elettronica, una tecnica ancora relativamente nuova, e aveva sviluppato un metodo innovativo che utilizzava anticorpi per aggregare i virus e renderli più facilmente visibili al microscopio. Era un lavoro paziente, quasi artigianale, che richiedeva competenze tecniche ma anche intuizione, la capacità di distinguere una forma significativa nel caos di immagini sfocate e imperfette.

Nel 1964 era tornata a Londra per lavorare alla St Thomas’s Hospital Medical School e lì aveva osservato un ceppo virale chiamato B814, individuando attorno alle particelle quella sorta di alone che ricordava una corona solare e che avrebbe dato il nome ai coronavirus.

Aveva già visto immagini simili anni prima studiando virus animali, ma quando aveva cercato di pubblicare le sue osservazioni, il suo lavoro venne respinto. Le immagini, dissero alcuni revisori, non erano altro che distorsioni di virus influenzali.

Il suo sguardo aveva visto prima degli altri qualcosa che il mondo scientifico non era ancora pronto a riconoscere.

La scoperta venne infine pubblicata nel 1965 sul British Medical Journal e, due anni dopo, il Journal of General Virology diffuse le prime fotografie ufficiali del coronavirus umano realizzate da lei. Quelle immagini, che allora interessavano soltanto una ristretta comunità di specialisti, sarebbero diventate decenni più tardi parte della memoria collettiva globale.

Nonostante avesse lasciato la scuola giovanissima, June Almeida aveva poi conseguito un dottorato presso la scuola di specializzazione medica di Londra, aveva proseguito la sua carriera al Wellcome Institute, dove era stata associata a numerosi brevetti nel campo dell’imaging virale.

Il suo lavoro ha contribuito non solo alla comprensione dei coronavirus, ma anche allo studio di altri virus importanti, compreso l’HIV, sul quale era tornata a lavorare come consulente alla fine degli anni Ottanta, dopo un periodo lontano dalla ricerca durante il quale si era dedicata persino all’insegnamento dello yoga.

C’è qualcosa di profondamente umano in questa traiettoria: una donna capace di passare dalla scienza alla cura del corpo e poi ancora alla ricerca, senza mai perdere la curiosità che l’aveva guidata fin dall’inizio.

June Almeida si era spenta a Bexhill-on-Sea il 1º dicembre 2007, a settantasette anni. Per molto tempo il suo nome era rimasto confinato nelle note a piè di pagina della storia della virologia, ma la pandemia ha costretto il mondo a guardare indietro e a riconoscere il valore di quella donna scozzese che, armata soltanto di un microscopio elettronico e della propria capacità di osservare, ha aperto una finestra su una famiglia di virus destinata a cambiare il corso del XXI secolo.

Oggi il suo lavoro viene finalmente celebrato come quello di una pioniera, una scienziata che ha saputo vedere l’invisibile quando nessuno era disposto a crederle.

 

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