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Sibilla Aleramo. Un viaggio chiamato amore

Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo è stata una scrittrice, poeta e giornalista italiana.

Pioniera del femminismo, all’inizio del 1900, per prima ha esercitato l’autocoscienza, pratica che il movimento delle donne ha adottato oltre 60 anni dopo.

Nacque col nome di Marta Felicina Faccio, chiamata familiarmente Rina, a Alessandria il 14 agosto 1876.

Trascorse l’infanzia a Milano, a dodici anni si trasferì  con la famiglia a Civitanova Marche, dove il padre andò a dirigere un’azienda e spinse la figlia, che aveva lasciato la scuola, a impiegarsi come contabile nello stesso stabilimento.

La sua adolescenza fu infelice, sua madre, soffriva di depressione, tentò il suicidio gettandosi dal balcone di casa.

Aveva quindici anni quando fu violentata da un impiegato della fabbrica che fu successivamente costretta a sposare e da cui ebbe un figlio, Walter.

Soffocata da un matrimonio mai desiderato e da una gretta vita di provincia a cui non sentiva di appartenere, tentò persino il suicidio prima di trovare consolazione e sollievo nella scrittura. Cominciò a collaborare con varie riviste come Gazzetta letteraria, L’Indipendente, la rivista femminista Vita moderna, e Vita internazionale.

Il suo impegno al femminismo emancipazionista la spinse a impegnarsi per costituire sezioni del movimento delle donne, nella partecipazione a manifestazioni per il diritto di voto e per la lotta contro la prostituzione.

Trasferitasi nel 1899 a Milano per il lavoro del marito divenne direttrice del settimanale socialista L’Italia femminile.

Nel 1901 lasciò il marito e il figlio e iniziò quella che ella stessa definì la sua seconda vita. L’anno successivo si trasferì a Roma dove si legò sentimentalmente a Giovanni Cena, direttore della rivista Nuova Antologia a cui collaborava, che la convinse a cambiare il suo nome in Sibilla Aleramo e, soprattutto, a scrivere Una donna, il romanzo che diventerà il suo capolavoro. Il libro, autobiografico, considerato un precursore del femminismo europeo, venne pubblicato nel 1906.

È la storia della sua vita, dall’infanzia fino alla sofferta decisione di lasciare la famiglia per rincorrere una vita libera e consapevole, un percorso di rinascita e emancipazione dall’ideologia del sacrificio femminile.

Il libro ottenne subito un grande successo, venne tradotto in molte lingue e l’autrice divenne presto un importante riferimento nel panorama culturale del paese.

Oltre all’impegno come scrittrice, grande fu il suo attivismo nel movimento delle donne. Fu cofondatrice della sezione romana dell’Unione femminile nazionale. Si impegnò nell’istituzione di scuole serali femminili e di scuole festive e serali per le popolazioni contadine dell’Agro romano. Fece parte del Comitato per l’istruzione nel Mezzogiorno.

Terminata la relazione con Cena, condusse una vita piuttosto errabonda. Ebbe una relazione con la giovane intellettuale ravennate Lina Poletti, soggiornò a Firenze, a Milano dove si avvicinò al movimento Futurista, a Parigi dove frequentò i poeti Apollinaire e Verhaeren, infine a Roma dove fu protagonista dell’ambiente intellettuale e artistico di quegli anni e dove conobbe Grazia Deledda.

Durante la prima guerra mondiale iniziò una relazione complessa e tormentata con Dino Campana.

Nel 1925 è stata firmataria del Manifesto degli intellettuali antifascisti. Venne persino arrestata  perché frequentava l’uomo che attentò al duce con cui, successivamente, venne in contatto e che la prese sotto la sua protezione sostenendola economicamente. Nel 1933 era addirittura iscritta all’Associazione nazionale fascista donne artiste e laureate.

Nel 1936 si innamorò di Franco Matacotta, uno studente di quarant’anni più giovane, a cui restò legata per 10 anni.

Al termine della seconda guerra mondiale si iscrisse al P.C.I. impegnandosi attivamente in campo politico e sociale. Ha collaborato, tra l’altro, all’Unità e alla rivista Noi donne.

Nel 1948 partecipò al Congresso Mondiale degli Intellettuali per la Pace, a Breslavia.

Il suo continuo sperimentare differenti stili di scrittura, si è concluso, negli ultimi vent’anni della sua vita, con la pubblicazione di vari diari personali nei quali ha raccontato dei suoi tanti amori, del rapporto conflittuale col figlio Walter che ha incontrato soltanto tre volte dopo averlo lasciato col padre e di tanto altro ancora.

È morta a Roma il 13 gennaio 1960, dopo una lunga malattia.

Sibilla Aleramo è stata una donna che non si è mai piegata ai costumi del tempo, incurante delle malelingue e della disapprovazione generale, ha avuto il coraggio di parlare agli uomini da pari a pari, avida di vita e d’amore. Il rapporto tra la scrittura e la sua vita personale è stato il tratto dominante di tutta la sua opera, si può considerare la coscienza anticipatrice del femminismo degli anni Settanta.

Mediante la scrittura ha fermato su carta il suo irrefrenabile flusso di vita. Un’esistenza, la sua, fatta di passioni, contrasti, dolori, contraddizioni, rinunce e che, come ha riassunto in una sola frase è stato un viaggio chiamato amore.

Avendo vissuto molte relazioni ho sperimentato sulla mia pelle quanto il rapporto amoroso, così come ci è stato inculcato, sia uno dei fulcri del malessere femminile. Abbiamo imparato che amare vuol dire vivere per l’altro, in funzione dell’altro, attraverso l’altro. Questa è una battaglia persa in partenza per la donna, per la quale le culture di ogni dove e di ogni epoca hanno scritto un destino da Eva.

Sembravo pazza a quei tempi, ma ero convinta che bisognasse scavare nell’interiorità femminile per andare a ragionare su una questione ben più profonda dell’uguaglianza formale. Legislazione sul lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e politico. Tutto questo, sì, è un compito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna! Bisogna puntare all’origine e valorizzare la singolarità, la diversità, quella che noi donne per prime stentiamo ad accettare.

#unadonnalgiorno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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