Ogni colore è una pianta, ogni pianta è un luogo, un luogo nella foresta, un luogo della mia infanzia. Tornare in quei luoghi e continuare a stabilire un legame con la natura è una forma di resistenza culturale, è il nostro modo di continuare a prenderci cura della foresta. Porto lì le mie figlie e le mie nipoti, mostro loro le piante. Noi Shipibo siamo custodi del nostro territorio.
Sara Flores, artista e attivista shipibo-konibo, è maestra del kené, l’antico linguaggio visivo fatto di linee geometriche e labirintiche che le donne del suo popolo si tramandano da generazioni.
Ha fatto della pittura uno strumento di lotta per l’Amazzonia, per la sua comunità e per le donne che di quel sapere sono custodi.
È nata nel 1950 a Tambo Mayo, un piccolo villaggio lungo il fiume Ucayali, nell’Amazzonia peruviana, che oggi non esiste più. Alla nascita ha ricevuto il nome Soi Biri, che significa ben fatto, disegnato con precisione. Intorno ai dieci anni si è trasferita con la famiglia a Yarinacocha, dove ha imparato lo spagnolo e ha cominciato ad andare a scuola.
Ne aveva quattordici quando ha iniziato l’apprendistato con la madre. Secondo la tradizione, il kené si rivela soltanto alle donne e passa di generazione in generazione attraverso visioni, sogni e canti.
Nel 1976 ha contribuito a fondare Maroti Shobo, la prima cooperativa femminile del suo popolo, ancora oggi attiva, che costituisce una rete di sostegno economico per tante donne.
Dipinge a mano libera, senza bozzetti, sul tocuyo, la tela di cotone selvatico, con tinture vegetali che prepara da sé, chiedendo il permesso alle piante e ai loro spiriti prima di raccoglierle. Vive e lavora ancora a Yarinacocha, dove dipinge insieme alle figlie Deysi e Pilar Ramírez, rinnovando la stessa catena di trasmissione da cui ha imparato.
I suoi disegni sono mappe di conoscenza, che seguono le reti dei fiumi, i sentieri del cosmo e i legami tra corpo, natura e comunità. Ama descriverli come un manifesto visivo delle regole di convivenza e reciprocità della sua gente, e come una medicina che restituisce equilibrio a chi dipinge quanto a chi guarda.
Il suo lavoro rovescia una gerarchia antica, quella che per secoli ha relegato i saperi delle native al rango di artigianato e souvenir, riservando la parola arte a ciò che nasceva dentro i canoni occidentali. Portando nei musei un linguaggio che si tramanda soltanto per linea femminile, Sara Flores restituisce autorità a una genealogia di madri, nonne e figlie che ha custodito un’intera visione del mondo.
La sua pittura nasce in un territorio ferito dal disboscamento, dalle miniere e dalle monocolture di palma da olio e di coca. Da bambina dipingeva con lo jene joshón, un piccolo albero acquatico che cresceva lungo un ruscello dietro il villaggio, dove abitava Ronín, la grande anaconda signora delle acque, madre di tutte le madri. Quando chi si era insediato in quelle terre ha inquinato il corso d’acqua, il ruscello si è prosciugato e quella pianta è sparita dalla sua tavolozza. Per questo continuare a dipingere con tinture naturali è per lei una forma di resistenza territoriale.
Attraverso un patto di reciprocità con un centro culturale indigeno di New York, una parte delle vendite delle sue opere sostiene le organizzazioni che lottano per l’autodeterminazione della sua nazione indigena, ed è suo il kené dipinto sulla bandiera di quella nazione.
Il mondo dell’arte contemporanea si è accorto di lei quando aveva già settant’anni.
Oggi è rappresentata da White Cube e CLEARING e le sue opere sono entrate nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art, del Guggenheim, della Tate e di altri musei internazionali. Nel 2024 ha portato il kené anche sulla borsa Lady Dior, nella nona edizione del progetto Dior Lady Art, e nel 2025 il MALI, il Museo de Arte de Lima, le ha dedicato una personale.
Nel 2026 è stata la prima artista nativa a rappresentare il Perù alla Biennale di Venezia, con la mostra dal titolo Sara Flores. From Other Worlds, a cura di Issela Ccoyllo e Matteo Norzi.
Ha accolto la scelta come un atto di giustizia poetica, ricordando però che questa inclusione non cancella il peso delle esclusioni precedenti.
Non so se questo mondo possa essere cambiato o salvato. Ma l’arte può piantare i semi di ciò che germoglierà dopo.














