Se riesco a dimostrare che è sbagliato, metterò in dubbio tutte le altre false convinzioni usate per secoli per tenere sottomesse le donne.
Bobbi Gibb, maratoneta, scultrice, avvocata e ricercatrice nel campo delle neuroscienze, è stata la prima donna a correre per intero la Maratona di Boston. Lo ha fatto nel 1966, senza pettorale, sbucando da un cespuglio a gara già partita, in un’epoca in cui si riteneva che il corpo di una donna non potesse reggere più di due chilometri e mezzo di corsa.
Ha attraversato la vita cambiando strada ogni volta che qualcuno le diceva che una porta era chiusa, passando dall’atletica all’arte, dalla filosofia al diritto, dalla scultura alla ricerca medica, senza mai smettere di correre.
Roberta Gibb è nata il 2 novembre 1942 a Cambridge, in Massachusetts, ed è cresciuta nei sobborghi di Boston. La madre le chiedeva di continuo perché si ostinasse a studiare matematica, visto che nella scienza per le donne non c’era alcuna possibilità, mentre il padre, professore di chimica, insegnava alla Tufts University. Da bambina correva nei boschi insieme a una mezza dozzina di cani del vicinato, senza pensare alle gare, solo per il piacere di sentirsi libera.
Ha studiato alla scuola del Museum of Fine Arts di Boston e alla School of Special Studies della Tufts University.
Nel 1964 ha assistito per la prima volta a una maratona e il giorno dopo ha cominciato ad allenarsi. Da sola, per due anni, ha allungato le distanze fino a percorrere 64 chilometri di fila, su spiagge e sentieri, con un paio di scarpe da infermiera, quanto di più simile a scarpe da corsa riuscisse a trovare.
Nel febbraio del 1966, mentre viveva in California, ha provato a iscriversi alla gara. Will Cloney, il direttore, negandole quella possibilità, le ha risposto che le donne non erano fisiologicamente in grado di correre una maratona e che gli organizzatori non potevano assumersene la responsabilità. Le regole dell’Amateur Athletic Union vietavano alle donne di gareggiare oltre il miglio e mezzo, circa 2,4 chilometri. Furiosa, ha deciso di partire comunque, convinta che abbattere quel pregiudizio avrebbe incrinato anche tutti gli altri.
Ha viaggiato per quattro giorni su un autobus da San Diego fino alla casa dei genitori a Winchester, dove è arrivata la sera prima della gara. Il padre la riteneva fuori di senno, la madre si è lasciata convincere che stesse facendo qualcosa di importante per tutte le donne.
Il 19 aprile 1966, a Hopkinton, per timore di essere riconosciuta e allontanata, si è nascosta in un cespuglio vicino alla linea di partenza, con i bermuda del fratello, un costume da bagno nero e una felpa con il cappuccio che le copriva le forme. Quando metà dei corridori era già passata, è saltata fuori e si è confusa nel gruppo. Gli altri atleti si sono accorti quasi subito che era una donna e, invece di denunciarla, l’hanno protetta, assicurandole che nessuno l’avrebbe cacciata perché la strada era di tutti. Sentendosi al sicuro, si è tolta la felpa. A Wellesley le studentesse del college la aspettavano urlando.
Non aveva bevuto né mangiato, perché all’epoca si credeva che idratarsi durante lo sforzo facesse venire i crampi, e le scarpe da corsa maschili, nuove e troppo piccole, le avevano riempito i piedi di vesciche. Sulla Heartbreak Hill, la salita che taglia le gambe a chiunque corra Boston, ha pensato di non farcela. Proprio in quel momento si è detta che ritirarsi avrebbe significato dare ragione agli organizzatori e ha stretto i denti fino in fondo.
Ha tagliato il traguardo in 3 ore, 21 minuti e 40 secondi, davanti a 290 dei 415 partenti, e ad attenderla c’era il governatore John Volpe, che le ha stretto la mano. Poco dopo le guardie le hanno impedito di entrare nella mensa dove i corridori si ritrovavano per la tradizionale zuppa, perché le donne non erano ammesse. Il giorno seguente gli organizzatori hanno negato pubblicamente che avesse corso la maratona, chiamandola con il cognome del marito, Roberta Gibb Bingay.
È tornata nel 1967 e nel 1968, arrivando ogni volta prima tra le donne. Nel 1967 ha concluso la gara quasi un’ora prima di Kathrine Switzer, che quell’anno aveva ottenuto un pettorale iscrivendosi con le sole iniziali. Le donne sono state ammesse ufficialmente solo nel 1972.
Il riconoscimento è arrivato ancora più tardi, nel 1996, in occasione della centesima edizione, quando la Boston Athletic Association ha dichiarato ufficiali le sue tre vittorie, le ha consegnato una medaglia e ha inciso il suo nome per tre volte sul memoriale di Copley Square.
Nel 1969 si è laureata all’Università della California a San Diego, in filosofia con matematica come materia complementare e tutti i corsi propedeutici a medicina, ma la facoltà di medicina l’ha respinta perché donna.
Ha lavorato al MIT con Jerome Lettvin su epistemologia e visione dei colori mentre studiava giurisprudenza alla New England School of Law, dove si è laureata nel 1978. Ha esercitato come avvocata specializzata in proprietà intellettuale e lavorato anche come assistente legislativa nel parlamento del Massachusetts.
Da anni si dedica alla ricerca sulle malattie neurodegenerative, in particolare sulla SLA, che le ha portato via un’amica.
Accanto alla scienza c’è sempre stata l’arte. Con il bronzo racconta i corpi in movimento, dipinge murales e paesaggi, ha vinto il Manship Prize della Rockport Art Association e sue opere si trovano al National Art Museum of Sport di Indianapolis.
Ha scolpito i trofei delle selezioni olimpiche statunitensi di maratona del 1984 e ha raccontato la sua corsa in diversi libri, tra cui Wind in the Fire.
Nel 2016, cinquant’anni dopo quella prima maratona, è stata la madrina della gara. La vincitrice di quell’edizione, Atsede Baysa, l’ha omaggiata regalandole il suo trofeo.
La sua opera più personale è The Girl Who Ran, la statua in bronzo in cui ha ritratto se stessa a ventitré anni, con i bermuda e la canottiera. Svelata nel 2021, dal 27 marzo 2026 si trova a Hopkinton, vicino alla linea di partenza, ed è la prima statua di una donna lungo il percorso. Bobbi Gibb continua a correre.
La sua corsa non è mai stata solo un’impresa sportiva. Lei l’ha sempre raccontata come un gesto politico per mostrare che i limiti imposti alle donne non erano scritti nel corpo ma nelle regole decise da altri. Ha continuato a parlarne nelle interviste e nei suoi libri, legando la libertà di correre a quella di studiare, lavorare e scegliere la propria vita, e all’idea di un mondo più pacifico, in cui ogni persona sia libera di seguire ciò che ama.
Per trent’anni la sua vittoria è stata cancellata. Ella stessa ha affermato che quell’eredità le era stata rubata. Non ha chiesto rivalsa ma, concretamente, come ha sempre fatto, ha continuato a costruire, con la scienza, con il diritto, con le mani nella materia.
Oggi, alla maratona di Boston, migliaia di donne partono accanto alla ragazza di bronzo che, nel 1966, aveva dovuto nascondersi per poter correre.
Ho corso la Maratona di Boston per amore. Credo che l’amore sia alla base di ogni impresa umana che abbia un senso.















