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Nassera Chohra

Nassera Chohra

Fu come se mi avesse dato uno schiaffo. Nessuno me lo aveva mai detto – per la verità non me n’ero mai accorta – che il colore della mia pelle facesse differenza, che essere nera fosse peggio che essere bianca. Corsi in casa come una furia alla ricerca di uno specchio. Mi osservai a lungo, mi toccavo la guancia con l’indice della mano destra per vedere se, per una qualche magia, si riuscisse a far sparire un po’ di quel colore che mi riempiva tutta. Niente da fare: continuavo a vedermi tutta nera, a parte i denti e il bianco degli occhi. Questo spiega tutto! – conclusi – ecco perché non ho bambole e niente di quello che hanno le mie amichette bianche. Devo provvedere al più presto. Devo diventare bianca.

Nassera Chohra è stata tra le prime autrici a raccontare in lingua italiana cosa significa crescere nera in un’Europa bianca.

Lo ha fatto con Volevo diventare bianca, un romanzo autobiografico ironico e spietato che parte dalle periferie francesi e arriva fino a Roma.

È nata a Marsiglia nel 1963 da una famiglia saharawi emigrata in Francia dall’Algeria. È cresciuta in un appartamento di due stanze diviso fra nove persone, in quartieri di periferia dove persone arabe, rom, corse e italiane vivevano fianco a fianco mentre la popolazione francese si spostava altrove. Nel corso degli anni ha cambiato casa e quartiere molte volte, e le condizioni di vita sono migliorate lentamente.

La madre è stata il vero centro di potere della casa, custode intransigente delle tradizioni, severissima fino alla crudeltà con la figlia ribelle. Il padre, muratore, era un uomo mite e silenzioso.

Il razzismo l’ha scoperto da piccola, nel modo più brutale, quando una bambina francese con cui giocava le ha negato una bambola perché era nera.

Da quel giorno ha desiderato in ogni modo diventare bianca, arrivando a vergognarsi della madre e del colore della sua pelle. Da adulta ha riconosciuto in quella vergogna la colpa più grande verso la genitrice. A scuola era l’unica bambina nera della classe, con un’insegnante che pretendeva da chi veniva da fuori un adattamento totale agli usi francesi.

Infanzia e adolescenza sono state segnate anche dalla violenza. È sfuggita per un soffio alle molestie di un uomo in casa di una zia. Ha subito per anni le percosse del fratello maggiore, che in famiglia aveva preso il posto di un padre rimasto sempre in disparte, finché ha trovato il coraggio di denunciarlo.

Era una ragazzina quando ha fatto con la famiglia il primo viaggio nel Sahara, tra parenti che all’inizio le sembravano selvaggi, senza bagno, senza lampadine e senza televisione. Poi sono arrivate le oasi e le notti sotto le stelle ad ascoltare le leggende raccontate dalle donne più anziane. In quei giorni ha capito le lacrime dei suoi genitori al ritorno nella loro terra e la tristezza nei loro occhi quando ne parlavano.

Aveva sempre sognato di recitare, un desiderio che la madre considerava inaccettabile. Messa davanti alla scelta tra i propri sogni e la famiglia, ha scelto i sogni. Si è trasferita a Parigi, dove ha lavorato nel cinema e nella televisione. Anche lì il colore della pelle le si è rivoltato contro. Ai provini la scartavano perché troppo scura o troppo chiara. Lei stessa ha raccontato di non aver mai avuto “il colore giusto”. In un ambiente che descriveva come promiscuo, ha rifiutato i compromessi che spesso venivano chiesti alle giovani attrici.

Alla fine degli anni Ottanta è partita per l’Italia in vacanza insieme a una sorella. Incantata da Roma, la città dove ha conosciuto l’uomo che ha sposato e in cui ha scelto di vivere, ha imparato l’italiano da adulta. Al figlio ha insegnato l’arabo, il francese e l’italiano.

Durante la gravidanza ha cominciato a fare i conti con la propria identità e con il significato di non essere bianca in una cultura che non accettava il colore della sua pelle. Ha dettato la sua storia al marito e, successivamente, la giornalista Alessandra Atti di Sarro ha lavorato sul testo per renderlo pubblicabile, in una collaborazione che si è rivelata faticosa. Nassera Chohra ha dovuto difendere il suo libro dai tentativi di modificare la storia e di snaturare lo sguardo infantile della narratrice per renderlo più vendibile. L’idea del romanzo è nata da lei, senza sollecitazioni esterne, e ha sempre negato di essersi ispirata ad altre autrici nordafricane, che ha letto solo dopo.

Volevo diventare bianca, che ha visto la luce nel 1993, è composto da venti capitoli brevi, con titoli secchi che a volte giocano sui contrasti, come “Gelato e peperoncino” e “Comunione e peccato”. Il gelato è il piacere occidentale che la bambina desidera, il peperoncino è quello che la madre le dava come castigo.

Lo stile è quello di una voce che cresce pagina dopo pagina, fatto di frasi semplici, costruzioni del parlato e uno sguardo infantile solo in apparenza ingenuo. L’umorismo non risparmia nessuno, a cominciare da lei stessa. Dietro quella leggerezza scorrono temi enormi. C’è il razzismo quotidiano della Francia postcoloniale e c’è il controllo ossessivo sul corpo e sulla verginità delle ragazze. C’è lo scontro con una madre durissima e il senso di estraneità in Europa come nella terra dei genitori. Eppure la protagonista non è mai una vittima passiva, è una ragazza che progetta il proprio futuro e se lo prende.

Il libro è stato oggetto di studio in ambito universitario, in Italia e all’estero, ed è stato paragonato alle pagine della grande letteratura nera statunitense.

Oltre al romanzo ha scritto un racconto rimasto inedito, La signora del deserto, in cui una maga saharawi narra le leggende del suo popolo.

Nel luglio del 1993 ha partecipato a Roma al seminario “Verso una letteratura Afroitaliana?”, portando la sua esperienza di attrice rifiutata per il colore della pelle e di scrittrice che aveva scelto l’italiano.

Poi le sue tracce si sono perse. Nel 2005 la studiosa Graziella Parati ha scritto che non era più possibile mettersi in contatto con lei per ragioni legate alla sua sicurezza personale. Da allora non sono emerse altre notizie pubbliche che la riguardano.

La sua storia è come interrotta a metà. Di quella bambina che si scopre nera davanti allo specchio, della ragazza che ha scelto i propri sogni contro la madre e della donna che a Roma ha trovato il cielo che cercava, non sappiamo più nulla, né dove sia oggi né cosa l’abbia costretta a sparire.

Un silenzio che pesa ancora di più perché arriva dopo un libro che aveva avuto il coraggio di raccontare tutto: la violenza in famiglia, il fratello denunciato, le umiliazioni, il desiderio di cancellare il proprio colore.

Ha narrato il dolore con ironia senza renderlo meno vero, in una lingua che ha fatto sua.

Divisa fra tre paesi e tre lingue, ha fatto del mondo la sua casa, e chissà dove poggiano oggi i suoi piedi.

Mi auguro che il futuro dimostri che bianco e nero non sono altro che sfumature.

 

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