Non puoi arrivare a giorni migliori se non riesci a superare la notte.
Dianne Reeves era una giovane cantante quando è salita sul palco di un club di Denver indossando le scarpe pervinca di Ella Fitzgerald. Era lì per sostituirla, e per tutta la sera non è riuscita a smettere di guardarle.
Da allora ha fatto molta strada: cinque Grammy, i palchi delle grandi orchestre del mondo e un jazz aperto al gospel, al rhythm and blues e ai ritmi brasiliani e africani.
Quando si esibisce è travolgente. Con la sua enorme estensione vocale, uno scat agile e un grande controllo del suono, piega le melodie a suo piacimento dominando la scena con ironia e talento.
È nata a Detroit, nel Michigan, il 23 ottobre 1956, in una famiglia in cui la musica era di casa. La madre, Vada Swanson, suonava la tromba. Il padre, cantante, è morto quando lei aveva due anni. È cresciuta in Colorado, con la famiglia materna.
Lo zio Charles Burrell, contrabbassista dell’orchestra sinfonica di Denver, le ha fatto scoprire Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Sarah Vaughan. Il cugino George Duke, pianista, è diventato il suo produttore. Durante le feste una zia pianista le insegnava vecchi blues alla Ma Rainey e Bessie Smith. Erano canzoni piene di doppi sensi. Lei le cantava e ballava tra le risate delle persone adulte. Ha capito cosa dicessero quei testi solo molto più tardi.
La sua voce l’ha scoperta alle medie, in una delle prime scuole di Denver coinvolte nel programma di integrazione razziale. L’insegnante di musica, Bennie Williams, l’ha sentita cantare in corridoio e l’ha voluta nel coro. Al liceo è entrata nella big band.
La sua prima fonte d’ispirazione è stata Sarah Vaughan. All’inizio provava a imitarla, fino a quando ha capito che doveva trovare il suo personale modo di interpretare.
Dopo aver studiato canto lirico all’Università del Colorado, si è trasferita a Los Angeles. Ha iniziato come turnista per diverse band.
Folgorata dalle esibizioni di Betty Carter, stella del jazz famosa per l’improvvisazione e per il suo stile vocale inconfondibile, da lei ha preso il coraggio di fare solo ciò che sentiva suo.
Nel 1982 ha pubblicato il suo primo disco, Welcome to My Love.
Per tre anni è stata la voce principale nelle tournée di Harry Belafonte. Grazie a lui si è immersa nelle musiche del mondo.
Nel 1987 è stata la prima cantante a firmare con la rinata Blue Note, con cui ha pubblicato l’album Dianne Reeves. Dentro c’era Better Days, dedicata alla nonna, che è diventata la sua canzone simbolo. Sono seguiti dischi come I Remember e The Grand Encounter.
Con tre album consecutivi, In the Moment – Live in Concert, The Calling: Celebrating Sarah Vaughan e A Little Moonlight, ha vinto tre Grammy, un primato assoluto in una categoria vocale.
Alla Los Angeles Philharmonic ha inaugurato il ruolo di responsabile creativa per il jazz, e nessuna cantante prima di lei si era esibita alla Walt Disney Concert Hall. Ha cantato con i Berliner Philharmoniker diretti da Simon Rattle e con la Chicago Symphony Orchestra diretta da Daniel Barenboim. Si è esibita con la Jazz at Lincoln Center Orchestra di Wynton Marsalis e alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City.
Nonostante queste collaborazioni prestigiose, il grande pubblico l’ha conosciuta con Good Night, and Good Luck di George Clooney. Nel film interpreta una cantante jazz degli anni Cinquanta. La colonna sonora le è valsa il quarto Grammy.
Il quinto è arrivato con Beautiful Life, prodotto dalla batterista Terri Lyne Carrington. Più di recente, la sua voce si è ascoltata nella colonna sonora di The Woman King, con Viola Davis.
Impegnata in diverse cause sociali, insegna nel programma dell’Herbie Hancock Institute of Jazz all’UCLA, che offre borse di studio a giovani talenti della musica, e fa parte delle giurie dei suoi concorsi internazionali.
Ha cantato per finanziare il centro di ricerca sulla salute delle donne nere e delle minoranze del Meharry Medical College, per la fondazione di Sheryl Lee Ralph contro l’AIDS e per le persone senza dimora di Washington.
Nella storia di Dianne Reeves le donne hanno sempre occupato un posto centrale. La zia le ha insegnato il blues, la sua professoressa l’ha portata sul palco, mentre Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e Betty Carter le hanno indicato la strada.
Oggi, passando il testimone, ripete alle nuove generazioni che ogni persona ha un modo unico di fare musica. E quel modo va protetto.
Ha ricevuto lauree honoris causa dal Berklee College of Music e dalla Juilliard School. È NEA Jazz Master, il più alto riconoscimento che gli Stati Uniti assegnano a chi fa jazz.
Vive a Denver e continua a girare il mondo. Da oltre dieci anni, per San Valentino, canta canzoni d’amore al Rose Theater di Jazz at Lincoln Center.
Il jazz è una musica così viva. Quando lo vedi, è ciò che è in quel momento.














