Per contenere tutto, i sacrifici e la fatica e il dolore ci vorrebbe un lenzuolo largo, lungo come il mare. Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere.
Clelia Marchi è stata una contadina e scrittrice italiana, diventata celebre negli anni ottanta per aver scritto la propria autobiografia su un lenzuolo matrimoniale, oggi custodito nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, dove ha continuato a essere letta, studiata e pubblicata come una delle testimonianze più originali della memoria popolare del Novecento italiano.
Era nata a Poggio Rusco, in provincia di Mantova, il 19 aprile 1912, e in quel paese aveva vissuto tutta la vita, tra i campi e una scuola che non era andata oltre la seconda elementare.
Aveva conosciuto Anteo Benatti a quattordici anni e lo aveva sposato a diciotto, e con lui aveva messo al mondo otto figli, quattro dei quali erano morti in tenera età. Aveva attraversato due guerre mondiali, la miseria della povertà contadina, la paura del nemico e quella, non meno concreta, del padrone.
Il 12 marzo 1972 aveva perso il marito in un incidente stradale, dopo cinquant’anni di matrimonio, e da quel lutto è nato tutto il resto. Nelle notti di dolore e insonnia aveva cominciato a fare due cose: una che aveva sempre fatto, cucire, e una che non aveva mai fatto, scrivere.
Ha riempito fogli, quaderni e cartoncini, li ha cuciti insieme e decorati all’uncinetto con lane colorate, incollandovi fotografie e ritagli di giornale, scrivendo di sé e del paese senza freno, come si piange.
Una notte è rimasta senza carta: ha aperto l’armadio, ha preso un lenzuolo del proprio corredo, si è messa un cuscino sulle ginocchia e ha steso sopra la stoffa, ricominciando a scrivere un po’ in prosa e un po’ in poesia, in un italiano dialettale scritto così come si parla.
Le era tornato in mente un racconto della sua maestra, Angiolina Martini, secondo cui gli Etruschi avvolgevano i morti in un telo scritto: se lo avevano fatto loro, ha pensato, poteva farlo anche lei.
Ci ha messo due anni a finire il lenzuolo, righe numerate una dopo l’altra, aperto da un’immagine sacra e da due fotografie, e chiuso da un titolo che è anche un patto con il lettore: “Gnanca na busia“, nemmeno una bugia.
Nel 1985 lo ha presentato al sindaco di Poggio Rusco, che lo ha segnalato all’Archivio Diaristico Nazionale fondato l’anno prima da Saverio Tutino, dove è stato depositato nel gennaio 1986 e ha vinto il premio speciale dell’archivio.
La svolta è arrivata nel novembre 1989, quando Luca Formenton, nipote di Arnoldo Mondadori, in visita a Poggio Rusco, paese natale del nonno, è venuto a conoscenza dello scritto e ha voluto conoscerne l’autrice: il lenzuolo è diventato un libro, pubblicato dalla Fondazione Mondadori nel 1992 con il titolo “Gnanca na busia”, poi riedito da Il Saggiatore nel 2012 come “Il tuo nome sulla neve – Gnanca na busia”, con la prefazione di Carmen Covito, quella originale di Saverio Tutino e, nelle edizioni successive, la postfazione di Vinicio Capossela.
Clelia Marchi è morta a Poggio Rusco il 6 marzo 2006, e il suo lenzuolo è oggi esposto in una stanza a lei dedicata nel Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano, tra gli oltre ottomila diari, quaderni di memorie e lettere conservati nell’archivio.
Ho scritto come il mio cuore mi ha dettato sempre dal vero.















