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Matilde Sorrentino la donna di Torre Annunziata che salvò i bambini dai pedofili

Matilde Sorrentino uccisa per aver denunciato i pedofili di torre Annunziata

Questa è la storia di Matilde Sorrentino che ha denunciato la banda di pedofili che violentava e filmava i bambini della scuola elementare del rione Poverelli, un quartiere degradato di Torre Annunziata, in provincia di Napoli. Tra le vittime c’era anche suo figlio, di sette anni.

Ha denunciato, non si è lasciata intimidire e durante il processo ha sputato verso gli imputati. Sette anni dopo, sono andati a bussare alla porta di casa sua e le hanno sparato in faccia e al cuore.

È il 26 marzo 2004, dopo le otto di sera, Matilde Sorrentino è in cucina con il marito. Bussano alla porta e va ad aprire. Si trova davanti un killer che le spara numerosi colpi di pistola e scappa via.

Tutto era cominciato sette anni prima, nel cosiddetto rione Poverelli, quadrilatero di case abbandonato al degrado, dove lo stato è debole come le braccia delle donne che da sole crescono figli di padri uccisi dalla camorra. Era cominciato tutto lì, fuori dalla porta della scuola elementare di via Isonzo dove un giorno un bambino aveva detto: “Qui non ci voglio tornare, mi fanno del male“. Quel bimbo aveva paura di tutto, ma più di ogni cosa, di andare in bagno da solo. Tutti gli oggetti, le suppellettili e gli arredi erano per lui una minaccia. Poi si scoprì tristemente il perché. Altri alunni avevano manifestato problemi di apprendimento, aggressività, ansia. Qualche tempo dopo una mamma si presenta ai carabinieri per fare denuncia. È Matilde Sorrentino, la mamma di Salvatore, una delle vittime preferite degli orchi. Al suo fianco ci sono Bianca e Pina, altre due mamme.

Alla fine dell’anno scolastico, i carabinieri arrestano ventuno persone con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di bambini fra i cinque e i sette anni. Pochi mesi dopo inizia il processo per gli orrori della scuola del Poverelli. Sul banco degli imputati fanno la loro comparsa personaggi di spicco della criminalità locale, tra cui Francesco Tamarisco, ritenuto dai magistrati capo di un clan camorristico. Mentre l’aula del tribunale si trasforma nel buio sottoscala della scuola – dove i bambini venivano violentati legati a un pannello di legno – a decidere le sorti del processo è la testimonianza schiacciante di Matilde Sorrentino. Venne fuori che i bambini erano stati a lungo violentati, dopo averli storditi con whisky e minacciati con siringhe, e filmati in pose raccapriccianti.

Nel giugno del ’99, esattamente due anni dopo, la corte condanna in primo grado 17 dei 19 imputati. Le pene più dure vengono inflitte a Pasquale Sansone, il bidello (15 anni di reclusione) e a Michele Falanga, titolare di un bar (13 anni), pene inferiori a tutti gli altri. Ma i due saranno scarcerati dopo pochi giorni, perché erano scaduti i termini della custodia cautelare. Tutti e due, il 26 e 27 luglio del 1999, furono ammazzati. La camorra li aveva puniti, stabilirono gli inquirenti.

Cinque anni dopo, nel 2004, quando tutto sembrava finito e chi aveva denunciato si sentiva ormai al sicuro, Alfredo Gallo, 27 anni, saliva le scale del condominio di via Melito per saldare il conto in sospeso con Matilde Sorrentino. Un anno dopo sarà condannato all’ergastolo per quel delitto.

Gallo era stato l’esecutore del delitto, colui che aveva premuto il grilletto. Per arrestare il mandante ci sono voluti altri 14 anni. Il 19 ottobre 2018, Francesco Tamarisco, assolto in appello dall’accusa di pedofilia per i fatti del Poverelli, è stato finalmente arrestato per aver ordinato l’omicidio di Matilde Sorrentino.

Intanto i processi andavano avanti e il piccolo Salvatore, che perse anche il padre, stroncato da un infarto, fu affidato al fratello maggiore. Solo lui aveva subito violenza, ma quel dolore i due ragazzi lo condivisero, insieme con altre privazioni: quella di dover scappare da casa loro, per non subire altre minacce, quella di non poter andare a scuola. Derubati dell’infanzia e di ogni altro diritto, perché perennemente in fuga, come prevedeva il programma di protezione dei testimoni di giustizia.
Alla memoria di Matilde Sorrentino sono intitolati il Centro Polivalente per anziani e la Casa Alloggio per minori dei Salesiani in Torre Annunziata. Le è stata dedicata anche un’aula del tribunale di Torre Annunziata.
Nel marzo del 2017 viene riconosciuto un risarcimento al figlio di Matilde, che all’epoca degli abusi aveva solo sette anni. Il bambino in quegli anni perse la spensieratezza e la presenza della coraggiosa madre. I mandanti di quell’abominio non sono stati mai identificati né definiti come appartenenti alla criminalità organizzata, cosicché la protezione di cui godevano i due figli di Matilde venne sospesa e loro mai riconosciuti vittime innocenti di criminalità organizzata. Gli insegnanti che non avevano vigilato sulla sicurezza dei minori sono stati assolti dalla responsabilità penale.
La storia di Matilde Sorrentino è stata raccontata anche nel libro “Non è un paese per donne – Racconti di straordinaria normalità“, di Carmen Pellegrino e Cristina Zagaria. La storia di Matilde Sorrentino è raccontata anche in “Fiore come me” di Giuliana Covella, giornalista partenopea.

Nel quartiere dei Poverelli, adesso c’è una casa per i minori sottoposti a misura cautelare che chiama “Mamma Matilde”. Ogni anno, il 26 di marzo, i ragazzi ospiti giocano a calcio con i magistrati, i poliziotti, i carabinieri, gli educatori, affinché il ricordo di questa donna coraggiosa non venga cancellato.

#unadonnalgiorno

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