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Maria D’Avalos vittima di femminicidio nel 1590

Maria D'Avalos vittima di femminicidio nel 1590
Maria D’Avalos era una nobile e bellissima fanciulla nata nel 1560 a Napoli. Venne data in sposa appena quindicenne, a Federico Carafa, dall’unione nacquero due figli, ma il marito morì all’improvviso. Si risposò allora con un nobile siciliano che morì anch’egli.

Rientrata a Napoli, sempre più bella e leggiadra, sposò, nel maggio 1586, con una speciale dispensa papale, Carlo Gesualdo, signore di Venosa, cugino da parte di madre e molto più giovane di lei. La coppia alloggiava a palazzo Sansevero, di fronte alla Chiesa di San Domenico Maggiore.

Il loro non fu un matrimonio d’amore, ma un’unione utile a impedire che il patrimonio familiare finisse nelle grinfie del papato.

I primi due anni di matrimonio furono brillanti: banchetti, vita mondana molto intensa e la nascita di un erede. Ma i due non avevano niente in comune. Carlo viveva per la musica e la trascurava. Era un madrigalista di grande talento. Un compositore che ha lasciato un notevole segno nella storia della musica polifonica. Maria era sempre più infelice finché, durante una festa danzante, conobbe Fabrizio Carafa, duca D’Andria, conosciuto con l’appellativo di Arcangelo per la sua grande bellezza. Sposato anch’egli con la nobildonna Maria Carafa, padre di quattro figli.

I due si innamorarono e divennero amanti, sempre più imprudenti, nonostante ricorressero a ingegnosi stratagemmi per non farsi scoprire.

La bellezza di Maria, intanto, accendeva numerose passioni, tra cui Giulio Gesualdo, uno zio di Carlo, che desiderava quella meravigliosa creatura ricevendo sempre decisi rifiuti. Quando Giulio scoprì la relazione tra Maria e Fabrizio, ne parlò con il nipote. Questi, allora, decise di trarle un’imboscata. Un giorno, con la scusa di una battuta di caccia, Carlo disse alla moglie che non sarebbe rientrato a casa. Maria fu insospettita dal comportamento del marito, ma il desiderio prevalse sulla prudenza. Diede ordine a una cameriera di vigilare le uscite e di non svestirsi neanche, ma questa cadde addormentata. Don Carlo assieme a un aiutante e con la complicità di un monaco che viveva nel convento di fronte, sorprese i due amanti e preso dalla furia, li massacrò; non contento, soffocò anche il figlio nel sonno. Era la notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590.

Maria sgozzata e sventrata, venne esposta nuda in mezzo alle scale del palazzo. Carlo Gesualdo, terrorizzato dall’eventuale reazione dei parenti di Maria, fuggì, vivendo recluso nella sua residenza in campagna per diciassette anni. Mosso dai sensi di colpa commissionò nel 1609 al pittore Giovanni Balducci una tela chiamata il perdono di Gesualdo. Dipinto ancora oggi conservato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Avellino. Morì dopo atroci sofferenze e paranoie sull’incolumità della sua vita. 

Grazie ai documenti ritrovati nell’archivio storico del banco di Napoli, è stato possibile ricostruire storicamente la vicenda. In base a prelievi monetari che Gesualdo mosse, si è potuto dedurre che stava premeditando una vendetta. All’epoca dei fatti, prima di erogare i soldi si esigeva il nome, il motivo e infine la cifra consegnata. 

Leggenda vuole che per decenni la notte, la gente del posto, ancora sentiva le urla strazianti della coppia e che non era possibile lavare via il sangue di Maria dal marmo delle scale. 
Ancora oggi c’è chi dice che nei pressi del palazzo si aggiri, tra la Chiesa di San Domenico Maggiore e il palazzo di Sansevero, una figura eterea di enorme bellezza che piange invocando il nome del suo amato.

#unadonnalgiorno

 

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