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Mona Eltahawy

Mona Eltahawy

La rabbia delle ragazze sconfiggerà il patriarcato. Abbiamo il diritto di essere arrabbiate contro le ingiustizie e utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione. So che è una visione controversa, ma voglio ricordare che per secoli la violenza sulle donne è stata consentita.

Il patriarcato è come la testa di una piovra, ciascuno degli otto tentacoli rappresenta una forma di oppressione che lo mantiene: misoginia, supremazia bianca o razzismo, classismo o capitalismo, omotransfobia, ageismo e abilismo.

A seconda di dove vivi e di chi sei, il patriarcato userà due, forse tre o quattro tentacoli per stringerti. Nessuno di noi è libero e libera finché tutti e tutte noi non siamo fuori da tutti i tentacoli. Ecco perché voglio distruggere il patriarcato, e non solo alcuni dei suoi tentacoli, ma l’intera piovra.

Per farlo è necessario partire dalla decostruzione del proprio privilegio. Le donne, educate a essere carine, educate e affabili fin da piccole, devono imparare a tenere alta la propria rabbia per imparare a difendersi contro le ingiustizie e a crescere consapevoli.

Mona Eltahawy è una pluripremiata attivista queer femminista che collabora con varie riviste tra cui New York Times, Guardian e Washington Post. Per anni ha lavorato come corrispondente dal Medio Oriente, soprattutto per la Reuters.

Nominata dal Time come ‘una delle attiviste più influenti al mondo’, Newsweek l’ha elencata tra le ‘150 donne senza paura del 2012′.

Tiene conferenze in tutto il mondo in cui, ribaltando la prospettiva sui rapporti di genere, ribadisce la centralità dei diritti, minacciati da una visione discriminatoria del mondo. Lo fa attraverso la consapevolezza, elenca dati, numeri e avvenimenti simbolici, racconta la storia e l’ispirazione di attiviste che hanno sfidato il sistema in Cina, India, Uganda, Brasile, così come nel mondo Occidentale.

Nata a Port Said, in Egitto, il 1° agosto 1967, la sua famiglia si è trasferita nel Regno Unito quando aveva 7 anni e poi in Arabia Saudita quando ne aveva 15. Si è laureata all’Università Americana del Cairo nel 1990 e nel 1992 ha conseguito un master in Comunicazione specializzandosi in giornalismo.

Nel 2000 è andata a vivere negli Stati Uniti dove, undici anni dopo, ha ottenuto la cittadinanza.

Dal 2003 al 2004, è stata direttrice della versione in lingua araba di Women’s eNews. Ha poi tenuto una rubrica settimanale per la pubblicazione araba internazionale Asharq Al-Awsat con sede a Londra, fino a quando i suoi articoli sono stati interrotti perché “troppo critici” nei confronti del regime egiziano.

Ha fatto parte del consiglio dell’Unione Progressiva Musulmana del Nord America.

Nel novembre 2011, la polizia antisommossa egiziana l’ha picchiata, rompendole il braccio sinistro e la mano destra, l’ha aggredita sessualmente e detenuta per dodici ore. Ma questo non l’ha certo piegata, ha continuato a denunciare, diventando promotrice di un femminismo globale.

Ha iniziato a denunciare gli abusi subiti a 15 anni durante un pellegrinaggio religioso alla Mecca, ed è diventata leader di Mosque Me Too, importante movimento contro l’oppressione femminile nel mondo arabo.

Il 25 settembre 2012 è stata arrestata per spray painting su una pubblicità della Freedom Defense Initiative americana in una stazione della metropolitana di New York City che diceva: “In ogni guerra tra l’uomo civilizzato e il selvaggio, sostieni l’uomo civilizzato.

Nel 2015 ha pubblicato Headscarves and Hymens che in Italia è uscito col titolo Perché ci odiano.

Nel 2019 ha scritto il libro Sette peccati necessari. Manifesto contro il patriarcato che, nel 2022, è arrivato in Italia grazie alla casa editrice femminista e indipendente Le plurali.

I peccati necessari per far fronte all’aggressione patriarcale sono: rabbia, attenzione, volgarità, ambizione, potere, violenza e lussuria.

È l’autrice della newsletter Feminist Giant su Substack in cui racconta le resistenze femministe in giro per il mondo.

In un’intervista per un tour italiano ha dichiarato: Non ci sarà mai il momento magico di un movimento femminista globale, smettiamo di aspettarlo. Partiamo da dove siamo oggi: Voi in Italia iniziate da qui, combattete la vostra premier di estrema destra. Dicono che Giorgia Meloni sia frutto del femminismo, ma lei ne è l’antitesi. Usa il femminismo per distruggerlo. Iniziate chiamando la vostra premier per quel che è: uno strumento del patriarcato. Fatevi ispirate dalle rivoluzioni femministe in Iran: sono capaci di sollevarsi contro uno dei peggiori regimi patriarcali del mondo ma qui non vediamo femministe bruciare roba in strada o marciare sull’ufficio della premier. Sono molto preoccupata per i diritti delle donne italiane: una premier cristiana e italiana viene usata come modello per le donne al fine di distruggere i vostri diritti. Il patriarcato vince così. Negli Stati uniti dice alle donne bianche: siate grate, non vivete in Iran o in Afghanistan. E intanto vieta il diritto all’aborto. La stessa logica la vedo a sinistra, per questo mi disgustano gli uomini di sinistra, non vogliono essere sfidati: vogliono i poteri degli uomini di destra. E se gli dici che anche qui serve una rivoluzione femminista, rispondono che in occidente abbiamo tutto quel che ci serve, guardate l’Afghanistan, guardate l’Iran. Lo dicono perché hanno paura: iniziamo a fargli paura.

Vorrei una società senza sistemi di dominio e un mondo senza gerarchie, che si tratti della famiglia con a capo un uomo, dello stato con a capo un primo ministro, del clero o qualsiasi religione. Solo immaginando l’impossibile lo si può rendere possibile. 

Il femminismo deve essere intersezionale: dobbiamo collegare le diverse lotte tra loro come quella alla misoginia, capitalismo, omofobia, razzismo, perché sono tutte connesse. Ciascuno deve lottare nel proprio Paese perché, anche se è una lotta più faticosa, la possiamo comprendere a pieno: ciascuno nella propria terra dal Medio Oriente agli Stati Uniti. Solo in questo modo è possibile rafforzare il movimento globale.

#unadonnalgiorno

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