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Sharon Stone

Sharon Stone

Sharon Stone, icona di Hollywood, artista dai tanti volti e interessi, è attrice, produttrice, scrittrice e pittrice.

Entrata nella storia del cinema per la scena dell’interrogatorio del thriller erotico Basic Instinct del 1992 che l’aveva resa il simbolo di una femminilità provocatoria, intelligente e pericolosa, ha alle spalle oltre sessanta film.

Nella sua quarantennale carriera ha attraversato il sessismo del mondo dello spettacolo, una grave malattia, la perdita e la rinascita artistica che ha trasformato in impegno politico e ricerca creativa.

Sharon Vonne Stone è nata il 10 marzo 1958 a Meadville, in Pennsylvania. È cresciuta in una numerosa famiglia di origini irlandesi, in un ambiente lontano dai riflettori di Hollywood, circondata da libri, arte e cultura.

Dotata di un quoziente intellettivo di 154, ha saltato alcuni anni scolastici e si è distinta, sin da giovanissima, per la sua disciplina e ambizione.

Dotata di una bellezza fuori dal comune, dopo aver vinto un concorso di bellezza, si era trasferita a New York dove ha iniziato a lavorare come modella.

Ha iniziato con un piccolo ruolo in Stardust Memories del 1980 di Woody Allen per poi approdare a film e serie televisive.

La svolta è arrivata nel 1992 con Basic Instinct, il suo personaggio di Catherine Tramell — scrittrice, manipolatrice, sospettata di omicidio — diventa immediatamente iconico. Il film è stato un enorme successo commerciale e al centro di numerose polemiche per il contenuto erotico e la rappresentazione di una donna che controlla il proprio desiderio, manipola gli uomini e rifiuta il ruolo di vittima.

La scena dell’interrogatorio, diventata leggendaria, è stata un momento di rovesciamento del potere dello sguardo. Non sono più gli uomini a controllare la situazione, ma è lei.

Nonostante l’enorme successo della pellicola, ha dovuto sgomitare per essere presa sul serio come attrice sempre incasellata in ruoli sexy.

La consacrazione della critica è arrivata nel 1995 con Casinò di Martin Scorsese dove, nel ruolo di Ginger McKenna — fragile, autodistruttiva e magnetica — ha offerto una delle interpretazioni più intense del cinema americano degli anni Novanta.

Il film le è valso il Golden Globe come miglior attrice e una candidatura all’Oscar.

Dopo una lunga serie di successi cinematografici e televisivi, nel 2001 è stata colpita da una grave emorragia cerebrale che l’ha portata vicina alla morte stravolgendole la vita. Grazie a una riabilitazione durata diversi anni, ha imparato di nuovo a parlare, leggere e camminare.

In un’industria che premia la giovinezza e punisce la fragilità — soprattutto nelle donne — questo evento ha segnato una frattura e un importante arresto della sua carriera che non ha avuto remore a denunciare apertamente.

Ha trasformato quell’esperienza in un nuovo inizio. La sopravvivenza è diventata parte della sua identità pubblica e della sua riflessione sul tempo, sul corpo e sull’invecchiamento.

Impegnata nella tutela dei diritti umani, il suo attivismo è nato negli anni Ottanta quando ha organizzato una imponente raccolta fondi per la ricerca sull’AIDS, sensibilizzata dalla sua vicina di casa, incinta e sieropositiva.

Nel tempo ha contribuito a raccogliere milioni di dollari per programmi sanitari e campagne di prevenzione.

Numerosi i riconoscimenti e premi ricevuti per il suo attivismo come il Nobel Peace Summit Award, l’Harvard Humanitarian Award, lo Human Rights Campaign Award e l’Einstein Spirit of Achievement Award.

Negli ultimi anni ha parlato apertamente del sessismo sistemico di Hollywood. Ha raccontato episodi di molestie e abusi di potere subiti all’inizio della carriera e sostenuto la necessità di una maggiore solidarietà tra donne e uomini nella lotta contro la violenza di genere.

In un’intervista a Vogue ha dichiarato:

«Un tempo i film erano scritti e diretti quasi solo da uomini e pensati per un pubblico maschile».

Pur riconoscendo che la mentalità sta cambiando, insiste sulla necessità di educare le nuove generazioni — soprattutto i ragazzi — al rispetto e alla responsabilità.

Nel 2021 ha pubblicato la sua autobiografia Il bello di vivere due volte, in cui si è messa a nudo rivelando i suoi dolori e perdite, evidenziando il ruolo salvifico dell’arte e della cultura nella sua vita.

Negli ultimi anni ha riscoperto una passione giovanile, la pittura.

Le sue opere, esposte in diverse gallerie internazionali, affrontano temi come memoria, trauma, spiritualità e liberazione.

Alcuni dipinti hanno una forte dimensione politica, come quelli dedicati alla libertà delle donne e alla memoria di Mahsa Amini.

In un sistema culturale che teme e marginalizza l’invecchiamento, compie il gesto rivoluzionario di rivendicare il diritto di essere ancora desiderante, creativa e presente nello spazio pubblico.

Ha attraversato l’industria dello spettacolo senza smettere di reinventarsi. Ha trasformato il ruolo di “icona sexy” costruito dallo sguardo maschile in una piattaforma di autonomia, riflessione e impegno politico.

Ha superato il mito che si era costruito intorno alla sua immagine, è sopravvissuta alla sua distruzione per tornare a parlare con la propria voce.

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