Ho sempre saputo di avere un talento, che non è la cosa più facile del mondo da accettare, perché non si è responsabili del proprio talento, ma solo di ciò che se ne fa.
Abilità pianistica eccezionale, personalità prorompente e talento fuori dal comune, hanno caratterizzato Hazel Scott, leggenda del jazz, attrice e attivista per i diritti civili.
Al cinema ha accettato di interpretare soltanto se stessa per evitare di cadere negli stereotipi che avvolgevano la rappresentazione pubblica delle persone razzializzate. Ha preteso e ottenuto di guadagnare quanto le celebrità bianche, si è rifiutata di suonare nei luoghi che segregavano il pubblico e ha tenuto concerti in diversi continenti, senza mai separare l’arte dall’impegno sociale.
Nata a Port of Spain, Trinidad, l’11 giugno 1920, era la figlia unica dell’accademico R. Thomas Scott e di Alma Long, musicista classica che, nel 1924, abbandonata dal marito, l’aveva portata a vivere a New York, a Harlem, lavorando come domestica per mantenerla. Successivamente, la donna aveva ottenuto un posto nella Lil Hardin Armstrong e iniziato a frequentare i grandi nomi del jazz che avevano influenzato la formazione della piccola Hazel.
Talento precoce, a quattro anni riusciva a riprodurre qualunque melodia ascoltasse e a soli otto era entrata alla prestigiosa Juilliard School of Music, dove l’età minima per essere ammessa era di sedici. All’audizione, la sua interpretazione del “Preludio in Do diesis minore” di Rachmaninoff, aveva convinto del suo enorme talento la commissione esaminatrice che le aveva offerto una borsa di studio speciale.
Frequentava ancora il liceo quando aveva iniziato a esibirsi nei locali, a pubblicare dischi, condurre un suo programma alla radio e approdare a Broadway.
Il suo sound rimaneggiava i classici di Bach o Mozart, dandogli un tocco jazz, in uno stile chiamato jazzing up the classics.
Aveva diciannove anni quando Billie Holiday pretese che fosse chiamata ad esibirsi al celebre Café Society, il primo nightclub di New York che, in piena segregazione, non faceva differenze tra persone bianche e nere.
Seduta davanti al pianoforte reinterpretando Chopin, Bach e Rachmaninoff, aveva un’eleganza e una potenza ritmica che lasciavano il pubblico senza fiato. Con un versatile repertorio che comprendeva jazz, blues, ballads, boogie-woogie e canzoni di Broadway, si era affermata rapidamente e, tra il 1939 e il 1942, è stata una delle artiste di punta del noto locale.
Nei primi anni Quaranta il suo salario si aggirava intorno ai settantacinquemila dollari l’anno, l’equivalente di oltre un milione di dollari nel 2020.
Ha recitato in riviste e musical a Broadway, tra cui Sing Out the News e Priorities of 1942 prima di arrivare a Hollywood, dove ha recitato in diversi film e preteso di essere libera di decidere quali brani suonare e quali abiti indossare.
I primi anni Quaranta l’hanno vista esibirsi regolarmente alla Carnegie Hall.
Nel 1945 aveva sposato il reverendo Adam Clayton Powell Jr., parlamentare e predicatore di successo. Divennero una delle coppie simbolo per l’America nera, lei grande star dei nightclub, lui primo membro del Congresso nero della costa orientale.
Nel 1950 è stata la prima donna di colore ad avere un proprio programma televisivo, l’Hazel Scott Show sul DuMont Television Network. Trent’anni prima di Oprah Winfrey.
Ma poi era arrivato il maccartismo e divenne un bersaglio della repressione. Il suo nome venne pubblicato nel libro Red Channels: The Report of Communist Influence in Radio and Television, accanto a quello di altre artiste e artisti sospettati di simpatie comuniste. La sua associazione con il Café Society, considerato un ritrovo di comunisti, e il sostegno dichiarato a un candidato al consiglio comunale di Harlem legato al Partito Comunista avevano rincarato la dose. Testimoniando volontariamente davanti alla commissione per le attività antiamericane, aveva denunciato l’ipocrisia e il clima da caccia alle streghe che aveva travolto gli Stati Uniti e il mondo dello spettacolo. La settimana dopo, il 29 settembre 1950, il suo spettacolo televisivo venne cancellato e la sua carriera subì un brusco arresto che le aveva causato diversi crolli nervosi. Il marito la lasciò.
Nel 1957 si era trasferita a Parigi per sfuggire alla repressione e aveva stretto contatti con diverse persone espatriate per il loro attivismo come James Baldwin, con cui aveva anche preso parte a una manifestazione davanti all’ambasciata statunitense in supporto della marcia su Washington. Il suo appartamento divenne per lungo tempo il punto d’incontro per la militanza del movimento nero.
Era tornata negli Stati Uniti dopo dieci anni, quando il movimento per i diritti civili aveva ottenuto importanti vittorie sulla via della fine della segregazione.
Nel 1978 venne inserita nella Black Filmmakers Hall of Fame.
È morta di cancro al Mount Sinai Hospital di Manhattan il 2 ottobre 1981, aveva sessantun anni.
Una vita trascorsa a rincorrere la libertà di espressione attraverso l’arte e l’impegno civile. E, nonostante, il suo nome sia molto meno conosciuto di quello dei suoi colleghi maschi, resta una delle più grandi e indimenticabili pioniere del jazz.















