artecultura

Yayoi Kusama

Yayoi Kusama la principessa dei pois

Per un’arte come la mia, il Giappone era troppo piccolo, troppo remissivo, troppo feudale, pieno di troppo disprezzo per le donne: la mia arte aveva bisogno di una libertà più ampia, di un mondo più vasto.

Yayoi Kusama, originale e influente protagonista dell’arte contemporanea, ha trasformato in installazioni, dipinti e performance le visioni che la accompagnavano fin dall’infanzia.

Geniale e camaleontica, ha realizzato un’opera concettuale che intreccia tematiche femministe con una tecnica mista tra minimalismo, surrealismo, art brut, pop art ed espressionismo astratto, tenuti insieme dall’ossessiva ripetizione dei pois.

Nata il 22 marzo 1929 a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, era l’ultima figlia di una numerosa famiglia agiata che gestiva un’azienda vivaistica. La madre, contraria fin da subito alla sua vocazione artistica, era arrivata a distruggerle i disegni; il padre, di cui era stata spesso testimone delle relazioni extraconiugali, le aveva lasciato in eredità un’avversione profonda per il sesso che avrebbe attraversato tutta la sua opera.

Fin da piccola aveva sofferto di allucinazioni visive e uditive, percependo un’aura particolare intorno ad alcuni oggetti e sentendo parlare gli animali. Aveva iniziato a dipingere quei pois e quelle reti proprio per provare a dominarli, trasformando in arte ciò che rischiava di travolgerla.

Determinata a fuggire da un paese che considerava troppo angusto per la propria arte, nel 1957 si era trasferita negli Stati Uniti, prima a Seattle e poi a New York, sostenuta dalla corrispondenza avviata da tempo con l’artista statunitense Georgia O’Keeffe, che l’aveva incoraggiata a partire nonostante le difficoltà economiche prevedibili.

Gli inizi non erano stati facili, la scena artistica statunitense era dominata dagli uomini, nessuna galleria era disposta a offrire spazio a una donna, asiatica e sconosciuta, e per tutta la carriera ha dovuto misurarsi con atteggiamenti sessisti e razzisti. I suoi primi lavori newyorchesi sono stati gli Infinity Net, grandi tele astratte e monocrome che si estendevano per diversi metri.

Negli anni Sessanta ha realizzato numerose performance, spesso provocatorie, dipingendo di pois i corpi nudi delle persone partecipanti e faceva “entrare” nelle sue opere. Nel dicembre 1963 ha presentato alla Gertrude Stein Gallery di New York Aggregation: One Thousand Boats Show, un’installazione in cui una barca a remi ricoperta di forme falliche imbottite veniva riprodotta all’infinito su poster che tappezzavano pareti, pavimento e soffitto: una sfida esplicita al linguaggio fallocentrico dell’arte del tempo.

Nel 1966, non invitata, si era presentata comunque alla Biennale di Venezia, disponendo 1.500 sfere a specchio sul prato antistante il padiglione italiano e mettendosi a venderle ai visitatori a due dollari l’una, come parte dell’opera Giardino dei Narcisi: gli organizzatori l’avevano fermata, giudicando la vendita delle opere incompatibile con il contesto della rassegna.

Dopo aver vissuto pienamente la vivacità delle avanguardie newyorchesi, nel 1973 era tornata in Giappone, ritrovandosi davanti un paese che percepiva arretrato di decenni rispetto a quello che aveva lasciato. La stampa nazionale l’aveva accolta con freddezza, quasi fosse motivo di imbarazzo, e questo rientro difficile le aveva procurato una forte depressione. Dal 1977 aveva scelto volontariamente di vivere in un ospedale psichiatrico di Tokyo, continuando a lavorare ogni giorno in un atelier di fronte alla struttura: una scelta che le ha permesso di convivere con le proprie fobie, compresa quella per il sesso instillatale dai genitori, senza mai smettere di mettere in scena, anche attraverso performance su corpi nudi di donne e uomini, la propria sfida alle convenzioni di genere di un paese conservatore e contraddittorio come il Giappone.

Il 1993 ha segnato la sua vera rinascita: alla Biennale di Venezia è stata la prima donna a rappresentare da sola il Giappone in un padiglione allestito come un’abbagliante sala degli specchi popolata di zucche, diventate da allora il suo alter ego. Da quel momento le sue opere sono state esposte nei principali musei del mondo, dal MoMA di New York alla Tate di Londra, fino al National Museum of Modern Art di Tokyo.

Il grande pubblico l’ha conosciuta anche grazie alla collaborazione con Peter Gabriel per il video del brano Lovetown, del 1994, ispirato al suo immaginario visivo fatto di pois e reticolati ossessivi, e nel 2012 è arrivata la collaborazione con Louis Vuitton, voluta dall’allora direttore creativo Marc Jacobs, che ha portato i suoi pois su capi, borse e accessori in tutto il mondo.

Nel 2016 Time l’ha inserita tra le cento persone più influenti del pianeta e nel 2017 ha aperto a Tokyo lo Yayoi Kusama Museum, cinque piani dedicati alla sua collezione permanente e alle sue installazioni immersive. Nel 2018 la regista Heather Lenz le ha dedicato il documentario Kusama Infinity, che ne racconta il percorso tortuoso e un’incurabile sensazione di solitudine, costante di fondo di tutta la sua vicenda umana e artistica.

Ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni di vita, senza mai posare il pennello.

Si è spenta il 14 agosto 2026 in un ospedale di Tokyo, all’età di novantasette anni: la notizia è stata resa nota soltanto il 27 agosto dalla fondazione che porta il suo nome.

È nelle ferite della sua infanzia, tra disturbi ossessivo-compulsivi e allucinazioni plurime dovute a violenze domestiche subite fin da bambina, che si può leggere la chiave di un intero percorso artistico costruito, pois dopo pois, zucca dopo zucca, come un tentativo di dominare ciò che minacciava di travolgerla, trasformando quella proliferazione ossessiva in una via di salvezza.

Non ha mai smesso di sentirsi parte del cosmo e osservatrice distante di se stessa e della concretezza sociale in cui era immersa. I suoi pois restano la cifra più immediata e riconoscibile di un’intera vita passata a fare i conti con l’infinito.

Il mio desiderio è che il futuro luminoso, la bellezza dell’amore e la mia anima vengano tramandati. Amate le mie opere, anche dopo la mia morte.

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