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Keerthana Kunnath

Keerthana Kunnath

Ci hanno sempre detto come vestirci e come parlare per entrare nella casella perfetta della “brava ragazza”. Quegli atteggiamenti patriarcali e ristretti mi hanno lasciata perplessa e insicura delle mie capacità.

Keerthana Kunnath, fotografa e artista visiva, mette il corpo delle donne del sud dell’India al centro di gran parte del suo lavoro.

Con i suoi ritratti prova a smontare gli stereotipi su femminilità e bellezza della società in cui è cresciuta. Vive e lavora tra Londra e il Kerala.

Le sue immagini nascono da una mancanza. Danno forma alle conversazioni che avrebbe voluto avere da ragazza e riscrivono il passato come, secondo lei, sarebbe dovuto andare.

È nata il 10 agosto 1995 a Calicut, oggi Kozhikode, città costiera del Kerala, ed è cresciuta a Beypore, piccolo centro affacciato sul mare poco più a sud. In quel mondo di provincia, scandito da consuetudini e doveri domestici, ha avvertito presto uno scarto tra la sua curiosità e l’orizzonte stretto che la tradizione riservava alle donne. Tra i ricordi più cari dell’infanzia ci sono i fine settimana in spiaggia con il padre. A formare il suo immaginario sono stati gli spettacoli nei templi e il cinema.

Ha studiato design di moda al National Institute of Fashion Technology di Nuova Delhi e per un periodo ha disegnato gioielli. Trasferitasi in Inghilterra per specializzarsi in fotografia di moda al London College of Fashion, ha scoperto quanto la fotografia potesse trasformarla.

Nel suo percorso si è spostata gradualmente dalla moda al documentario, fino all’arte. Oggi il suo lavoro cerca un punto d’incontro tra questi ultimi due linguaggi.

Con Naadu è tornata a Beypore per fotografare bambine e giovani donne della sua città. Ha scattato in pellicola per restituire la quotidianità dei ruoli di genere, il costo di ogni rullino l’ha obbligata a pensare a lungo ogni inquadratura prima di scattare. Accanto ai temi più duri, la serie conserva momenti caldi e teneri. Attraverso quei ritratti ha voluto aprire un dialogo su argomenti che in India restano spesso taciuti, come la salute mentale, la sessualità e l’educazione sessuale, la salute mestruale, l’autonomia sul proprio corpo e le relazioni tra persone dello stesso sesso. Il suo obiettivo dichiarato è stato seminare nelle ragazze del villaggio l’idea di possibilità che vanno oltre l’ambiente in cui sono nate.

Il progetto che l’ha fatta conoscere a livello internazionale è Not What You Saw, iniziato in un periodo di blocco creativo. Mentre faceva ricerche sul kalaripayattu, antica arte marziale del Kerala, ha scoperto Arathy Krishna, atleta e allenatrice di bodybuilding, che le ha aperto un mondo inesplorato. Frequentandolo, ha trovato un’intera comunità di atlete sparse per la regione. In un lungo viaggio attraverso il Kerala, ha avuto modo di fotografarne una dozzina nei loro luoghi di appartenenza, come spiagge, laghi, campi coltivati, case tradizionali e muri dipinti di colori accesi. Molte di loro affrontano l’opposizione della famiglia, le difficoltà economiche e le barriere di casta e di classe.

“Anche all’interno delle loro famiglie, queste donne rappresentano una prima volta”, ha dichiarato. “Questo progetto celebra una generazione pionieristica di donne decise ad affrontare e smontare vecchie idee su femminilità, genere e canoni di bellezza.”

Lo stile della serie gioca sul contrasto. Le atlete mostrano i muscoli in tensione e la pelle lucida di sudore, ma indossano vestiti e tessuti tradizionali. Quei corpi non sono offerti allo sguardo maschile, ma celebrati come forza e calati in scenari riconoscibili. Nel tempo il lavoro è diventato sempre più intimo, le atlete sono diventate sue amiche e l’esperienza ha cambiato il suo modo di vivere la femminilità.

Not What You Saw invita a decostruire i modelli culturali legati a genere ed estetica, creando uno spazio di trasformazione in cui la forza diventa un atto di autodeterminazione e il corpo femminile, nella pluralità delle sue espressioni, si emancipa dal “mito della bellezza”.

La sua pratica unisce fotografia analogica, registrazioni sul campo e stampa, per realizzare progetti lunghi e introspettivi. Riprende il linguaggio visivo dei media indiani post-coloniali per scomporlo e riscriverlo.

Per la rivista Granta ha realizzato Indian Orbits, una serie dedicata all’industria spaziale indiana.

Le sue opere sono state esposte in India e in Europa, tra l’altro ai Rencontres d’Arles, alla Saatchi Gallery di Londra e alla Chennai Photo Biennale. Nel 2024 è entrata nella rosa finale dell’OD Photo Prize. Dal 18 settembre al 27 novembre 2026 il Foam di Amsterdam le dedica la sua prima mostra personale in un museo.

Fotografa donne che realizzano i propri desideri a caro prezzo, contro il parere delle famiglie, senza soldi e sfidando antichi pregiudizi. Stanno in piedi con i muscoli tesi al centro dell’inquadratura, sulle spiagge della sua terra. In ogni suo ritratto c’è anche il riscatto di quella ragazza di Beypore che ha scoperto che il mondo è molto più grande di come avrebbero voluto farle credere da bambina.

Credo che l’arte debba dare forza, a me come artista e alla comunità che mi circonda. Quando le persone guardano le mie immagini, voglio che si sentano viste e capite.

 

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