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Adèle Haenel

Adèle Haenel attrice francese ha protestato al Premio César contro la vittoria di Roman Polanski

Premiare Polanski sarebbe sputare al volto di tutte le vittime, vorrebbe dire che non è poi così grave violentare le donne.

Adèle Haenel, attrice francese e figura centrale del movimento MeToo nel cinema d’Oltralpe, ha pronunciato queste parole in un’intervista pochi giorni prima della cerimonia dei Premi César, l’Oscar del cinema francese.

Quando la sera del 28 febbraio 2020 il premio come miglior regista è andato a Roman Polanski per il film J’accuse, l’attrice, seguita da numerose colleghe, ha lasciato la sala al grido di “Vergogna”, incalzando per le scale del teatro con un “Viva il pedofilo, che bravo al pedofilo” ripreso dai giornali di mezzo mondo.

Il regista Roman Polanski era ed è tuttora sotto inchiesta della giustizia americana per aver drogato e abusato, nel 1977, dell’allora tredicenne Samantha Geimer, per cui era fuggito dagli Stati Uniti prima della condanna, ed è stato accusato nel tempo da altre undici donne, tra cui la francese Valentine Monnier; per questo non era presente alla cerimonia dei César, così come l’intero cast del suo film.

Da anni il dibattito sulla possibilità di distinguere l’opera di un artista dalla sua vicenda personale attraversa il cinema francese, e per Adèle Haenel, come per molte altre donne, il premio a Polanski non era che la giustificazione di un sistema corrotto, capace di nascondere la testa sotto la sabbia di fronte a certi atteggiamenti, quando non di accettarli e darli per scontati.

Nella stessa intervista, Adèle Haenel ha dichiarato: “Il mostro non esiste. È della nostra società che si sta parlando. Dei nostri padri, amici, fratelli. E finché faremo finta di non vederlo non potremo andare avanti“.

Nata l’11 febbraio 1989 a Vitry-sur-Seine, Adèle Haenel è stata scoperta a soli tredici anni dal regista Christophe Ruggia, che l’aveva scelta per il film Les Diables (2002).

Da allora ha costruito una carriera esigente e riconosciuta, lavorando con registe come Céline Sciamma, con cui ha girato La naissance des pieuvres, Portrait de la jeune fille en feu e il cortometraggio Pauline, oltre a vivere per anni una relazione sentimentale, mai nascosta, con la stessa regista.

Ha vinto due volte il César come migliore attrice non protagonista, nel 2014 per Suzanne e nel 2015 per Les Combattants, arrivando in totale a sette candidature, e il suo ruolo in Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma, presentato a Cannes nel 2019 e vincitore del Prix du Scénario e della Queer Palm, è rimasto il suo ultimo film prima del ritiro dalle scene.

Nel novembre 2019 Adèle Haenel aveva accusato Christophe Ruggia di aver compiuto molestie sessuali su di lei quando aveva tra i dodici e i quindici anni, raccontando in una lunga intervista il ruolo di dominazione psicologica e fisica esercitato dal regista, che in seguito aveva riconosciuto che la propria “adulazione” per la giovanissima attrice aveva forse assunto forme “fastidiose”.

Nel gennaio successivo la donna aveva presentato denuncia, aprendo un’inchiesta per aggressioni sessuali su minore di quindici anni da parte di persona che aveva autorità sulla vittima.

La sua presa di posizione contro Ruggia, e più in generale contro il clima di maschilismo e abusi nel cinema francese, ha contribuito a una presa di coscienza che ha portato, nei giorni successivi alla cerimonia dei César del 2020, alle dimissioni dell’intero consiglio direttivo dell’Académie des Césars.

Il percorso giudiziario si è concluso anni dopo: nel febbraio 2025 il tribunale di Parigi ha riconosciuto Christophe Ruggia colpevole di aggressioni sessuali, condannandolo a quattro anni di reclusione, di cui due da scontare ai domiciliari con il braccialetto elettronico, e al pagamento di cinquantamila euro di risarcimento.

Nell’aprile 2026, in appello, la pena è stata inasprita a cinque anni. Fuori dal tribunale, visibilmente commossa, Adèle Haenel ha dichiarato di aver concluso il proprio percorso giudiziario e di voler dedicare il resto della propria vita alla giustizia e all’avanzamento dei diritti umani, pensando a tutti i bambini vittime di pedocriminalità.

Nel maggio 2023 ha annunciato, in una lettera aperta pubblicata dal settimanale Télérama, il proprio ritiro definitivo dal cinema, scegliendo di renderlo un atto politico per denunciare la complicità diffusa del settore verso gli aggressori sessuali, da Gérard Depardieu allo stesso Polanski, e il modo in cui questo ambiente collabora, a suo dire, con l’ordine mortifero, ecocida e razzista del mondo così com’è.

Ha lasciato inoltre il progetto cinematografico The Empire di Bruno Dumont per contrasti sui contenuti sessisti e razzisti della sceneggiatura, dichiarando di non voler restare nell’industria del cinema come garanzia femminista di un ambiente ancora maschile e patriarcale.

Da allora ha proseguito la propria attività artistica a teatro, sotto la guida della regista e coreografa Gisèle Vienne, e ha continuato il proprio impegno politico, unendosi nel 2026 alla Global Sumud Flotilla partita da Tunisi verso Gaza.

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