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Rina Durante

Rina Durante

La mia patria vera è su questo quadrato di terra da tutti abbandonato, dove mormora un vento di ninnananne non mai dimenticate.

Rina Durante ha raccontato un Salento inedito, fatto di una cultura ricca e complessa che chiedeva dignità e riscatto.

Scrittrice e giornalista, ha restituito valore al mondo contadino, ai suoi canti, alle sue storie e alla fame di braccianti e tabacchine.

Se oggi la musica popolare salentina riempie le piazze di mezzo mondo, lo si deve anche al lavoro paziente e lungimirante che ha avviato quando la pizzica era ancora considerata un relitto da dimenticare.

Ironica, spigolosa, naturalmente elegante, ha difeso per tutta la vita la sua libertà di donna da benpensanti e moralisti.

Caterina Durante, per tutti Rina, nacque a Melendugno, in provincia di Lecce, il 29 ottobre 1928. Era cresciuta sull’isola albanese di Saseno, dove il padre era ufficiale della Marina militare, e in quell’avamposto senza scuole era stata sua madre a insegnarle a leggere e a scrivere. Era stato probabilmente tra le rocce e il giallo delle ginestre che aveva scoperto la sua vocazione. Quell’isola è rimasta per sempre un luogo dell’anima, un’immagine a cui tornare con la memoria e con la scrittura.

Rientrata nel Salento con la guerra, aveva studiato all’Università di Bari alla scuola di maestri come Tommaso Fiore, che le avevano trasmesso un’idea della cultura come impegno civile.

Giovanissima, ha esordito con la raccolta poetica Il tempo non trascorre invano, del 1951, ed è entrata nella cerchia intellettuale che a Lecce animava riviste e cenacoli letterari. Uno dei suoi racconti ha ispirato un film, Il Tramontana di Adriano Barbano.

Il suo unico romanzo, La malapianta, vincitore del Premio Salento, divenne un caso letterario. Ambientato nell’entroterra, tra Melendugno e Calimera, racconta di una famiglia schiacciata dalla miseria e da una sorta di incapacità di vivere, la “malapianta” del titolo, che germoglia dentro le persone e le consuma come la fame. Un racconto corale in cui la voce narrante lascia continuamente la parola ai personaggi, permettendo di entrare nei loro pensieri più intimi.

Passando con naturalezza dal registro crudo della sopravvivenza quotidiana all’intensità lirica, Rina Durante si è mossa tra sogno e realtà, lucidità e follia, con una prosa ariosa e vibrante. Erede della stagione neorealista, ne aveva superato il documentarismo per costruire un mondo visionario, sospeso e insieme concretissimo, in cui le figure femminili portavano il peso più grande. Il romanzo si chiude su un fascio di luce di primavera che inonda una stanza, una promessa di rinascita che dice molto della sua fiducia ostinata nelle persone.

Non ha mai separato la scrittura dall’impegno politico.

Militante socialista e poi comunista, sempre gelosa della sua autonomia di pensiero, aveva insegnato prima a Roma negli anni della contestazione studentesca e poi a Lecce, dove è ancora ricordata per un metodo che metteva a soqquadro gli schemi ammuffiti della scuola.

A Roma aveva stretto un’amicizia profonda con Giovanna Marini, con cui aveva percorso il Salento per registrare le voci delle cantatrici popolari, donne straordinarie come Niceta Petrachi, detta la Simpatichina, che la cultura ufficiale guardava con sufficienza.

Considerava quei canti di lavoro e di lotta non come folklore ma come la voce autonoma delle classi subalterne, da restituire alla storia e alla politica.

Raccogliendo l’eredità degli studi di Ernesto De Martino sul tarantismo, aveva riportato quel mondo al centro del dibattito culturale.

Ha fondato il Canzoniere Grecanico Salentino, il primo gruppo pugliese di riproposta della musica popolare che oggi viene portata sui palchi di tutto il mondo.

Il suo sguardo si è allargato in ogni direzione. Ha scritto testi teatrali e sceneggiature, tra cui quella di La sposa di San Paolo di Gabriella Rosaleva, programmi per la Rai dedicati alla Grecìa salentina e al tarantismo, saggi sulla vita dei paesi e sulla condizione del Sud, reportage e articoli per i principali giornali del Mezzogiorno.

Critica rigorosa, ha fatto parte della giuria del Premio Strega.

Nei racconti autobiografici di Gli amorosi sensi ha rivolto la penna verso se stessa, con la stessa lucidità riservata all’esterno.

Fino all’ultimo, già provata da una lunga malattia, aveva continuato a scrivere, dando voce alle tabacchine salentine, alle loro umiliazioni e alle loro lotte, mettendo in guardia da un’immagine di quella terra ridotta a cartolina, svuotata della sua storia e del suo significato politico.

Si è spenta a Lecce il 26 dicembre 2004.

Per il suo considerevole contributo culturale a una terra e a una popolazione di cui ha riscoperto il senso e la bellezza, a Melendugno le sono stati intitolati un centro culturale e una scuola.

La malapianta, dopo anni di assenza, è tornata nelle librerie.

Un paese ha la sua storia e deve tenersela stretta, altrimenti perde la sua identità.

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