Vivo sulla soglia, costantemente sospesa tra il desiderio di raggiungere qualcosa e l’incapacità di arrivarci.
Jane Bowles, scrittrice e drammaturga, è stata una protagonista originale e tormentata della scena intellettuale statunitense del Novecento.
Nata col nome di Jane Sydney Auer, il 22 febbraio 1917 a New York, in una famiglia ebrea, era figlia di Claire Stajer e Sydney Auer. Cresciuta a Woodmere, sulla costa di Long Island, da adolescente, dopo una caduta da cavallo che le aveva aggravato un problema al ginocchio presente fin dalla nascita, aveva sviluppato un’artrite tubercolare. La madre l’aveva portata in Svizzera per curarla. Lì aveva frequentato un collegio. In quegli anni di convalescenza, tra letture di Proust e di Céline, aveva cominciato a scrivere. Tornata a New York a metà degli anni Trenta, si era legata alla bohème intellettuale del Greenwich Village.
Nel 1937 aveva conosciuto, per il tramite di Erika Mann, il compositore e scrittore Paul Bowles, che aveva sposato l’anno seguente. Il viaggio di nozze in America Centrale avrebbe poi ispirato l’ambientazione del suo romanzo Two Serious Ladies. Erano entrambi bisessuali e il loro matrimonio, dopo una fase di intimità, si era trasformato presto in un legame profondo ma platonico, mentre le loro vite sentimentali si svolgevano perlopiù al di fuori della coppia. A lui rimase comunque legata per tutta la vita. In Messico aveva conosciuto Helvetia Perkins, che era diventata la sua compagna per anni.
Il suo unico romanzo compiuto, Two Serious Ladies, vide la luce nel 1943. La coppia visse a New York fino al 1947, quando Paul Bowles si era trasferito a Tangeri, dove lei l’aveva raggiunto l’anno seguente. In Marocco aveva vissuto una relazione intensa e tormentata con una donna del luogo, Cherifa, oltre a un legame importante con la cantante Libby Holman.
La sua unica opera teatrale, In the Summer House, aveva debuttato nel 1951 all’Hedgerow Theater, in Pennsylvania. Approdata a Broadway il 29 dicembre 1953, con le musiche di Paul Bowles, aveva ottenuto recensioni contrastanti e scarso pubblico. Venne poi ripresa attorno al 1963 e di nuovo nel 1993, al Vivian Beaumont Theater di New York, con le musiche di scena di Philip Glass, in un allestimento che ottenne tre candidature ai Drama Desk Award. Nonostante il pubblico ristretto, scrittori come Truman Capote e Tennessee Williams l’avevano ammirata profondamente: il primo l’aveva definita una delle poche vere stiliste originali della sua generazione, mentre Williams la considerava la più importante autrice di narrativa in prosa della letteratura americana del proprio tempo.
Nonostante il suo rapporto conflittuale con la scrittura, fonte di ansia più che di soddisfazione, tra il 1946 e il 1966 scrisse anche una serie di racconti.
“Ho cominciato a scrivere a quindici anni, costretta a fare una dissertazione a scuola“, aveva raccontato. “L’ho sempre trovata un’attività odiosa, e lo penso ancora oggi. Eppure fin da allora sentivo che dovevo scrivere“.
Dopo l’arrivo in Africa, in maniera molto sporadica, aveva portato a termine il dramma e cominciato un ambizioso romanzo autobiografico, Out in the World, che non è mai stato pubblicato e di cui restano soltanto appunti e frammenti.
Più per necessità che per scelta, la sua narrativa si è espressa in forme sperimentali, con una frammentazione del linguaggio e delle strutture che rispecchia il movimento contraddittorio tra il desiderio di muoversi e il bisogno di stabilità, tra l’urgenza e il rifiuto del viaggio, tra amore eterosessuale e amore omosessuale.
È rimasta per tutta la vita sospesa “sulla soglia“, tra il desiderio di raggiungere qualcosa e l’incapacità di arrivarci: nella scrittura, nel ruolo di moglie, nella propria identità sessuale, nel rapporto con il mondo arabo.
Nel 1957, a quarant’anni, durante il Ramadan che si era ostinata a rispettare nonostante la salute già fragile, venne colpita da un ictus che le aveva compromesso per sempre le capacità, incidendo sulla vista e sulla lucidità mentale.
Nonostante le cure tentate tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti, le sue condizioni avevano continuato a peggiorare, fino al ricovero in una clinica di Malaga, in Spagna, dove si è spenta il 4 maggio 1973, a cinquantasei anni.
Il marito, nel romanzo Il tè nel deserto, avrebbe poi trasfigurato in parte la loro storia nei personaggi di Port e Kit Moresby.
L’intensità con cui Jane Bowles ha vissuto i propri amori, e l’incontro con l’altra da sé, si specchia in un’opera sempre incentrata sul rapporto ambiguo e sfuggente tra due o più donne, sullo sfondo del contrasto tra culture diverse.
La sua attrazione per la cultura altrui ha dato senso alla sua vita: comprendere la diversità, nonostante le sofferenze e le incomprensioni, è stato per lei un imperativo morale a cui non ha potuto sottrarsi.















