Non pensate che la nostra nazione abbia bisogno soltanto di uomini per servirla. Anche le donne devono fare la propria parte, come fecero le donne nei primi anni dell’Islam. Non siamo state create soltanto per il piacere e il conforto, dobbiamo contribuire allo sviluppo della nostra nazione, e questo non si può fare senza essere equipaggiate di conoscenza.
Soraya Tarzi, regina consorte dell’Afghanistan, è stata una delle prime sovrane a battersi apertamente, nel mondo islamico del Novecento, per l’istruzione e l’emancipazione delle donne.
Nata il 24 novembre 1899 a Damasco, allora parte dell’Impero ottomano, dove la sua famiglia viveva in esilio, era figlia di Asma Rasmiya, femminista siriana che avrebbe poi diretto la prima rivista femminile afghana, e di Mahmud Tarzi, intellettuale e politico che aveva sostenuto la modernizzazione dell’Afghanistan. La famiglia apparteneva alla tribù Mohammadzai, un ramo della dinastia Barakzai, la stessa a cui appartenevano i sovrani afghani.
Quando l’emiro Habibullah aveva invitato a tornare in patria gli intellettuali afghani esiliati da suo padre, i Tarzi erano rientrati a Kabul. Mahmud Tarzi era stato ammesso a corte come consigliere e aveva fondato un giornale che sosteneva la modernizzazione del paese. Era stato così che Soraya aveva conosciuto il principe Amanullah, figlio dell’emiro, che aveva sposato il 30 agosto 1913 al palazzo di Qawm-i-Bagh, a Kabul. Era rimasta la sua unica moglie: insieme avevano condannato pubblicamente la poligamia, e quando Amanullah era salito al potere aveva sciolto l’harem reale e liberato le donne che vi erano recluse.
Divenuta consorte del nuovo emiro nel 1919, ebbe un ruolo attivo e inconsueto per l’epoca: partecipava alle battute di caccia a cavallo e ad alcune riunioni di governo, e venne nominata ministra dell’Istruzione.
“Io sono il vostro re“, aveva detto Amanullah, “ma il ministro dell’Istruzione è mia moglie, la vostra regina“.
Nel 1921 aveva aperto a Kabul la prima scuola femminile del paese, la Masturat School, in seguito ribattezzata Ismat Malalai, fondato la prima rivista per donne, Irshad-e Naswan, diretta da sua madre, e la prima organizzazione femminile afghana, l’Anjuman-i Himayat-i-Niswan, con un ufficio a cui le donne potevano rivolgersi per denunciare maltrattamenti.
Fece costruire anche il primo ospedale riservato alle donne, il Masturat Hospital, nel 1924. Sotto la sua influenza, il marito aveva varato leggi che vietavano i matrimoni tra minori, riconoscevano alle donne il diritto di scegliere il proprio sposo, rendevano obbligatoria l’istruzione e tassavano la poligamia per scoraggiarla.
Il 9 giugno 1926, quando suo marito Amanullah venne incoronato re, lei divenne regina davanti a una platea, per la prima volta, senza turbanti né veli.
Tra il 1927 e il 1928 la coppia reale aveva compiuto un lungo viaggio in Europa, prima testa coronata a visitare la Germania dopo la sconfitta della Prima guerra mondiale, e venne ricevuta da papa Pio XI.
Insignita con una laurea honoris causa dall’Università di Oxford, aveva ricevuto il titolo onorario di Dama di Gran Croce dell’Ordine dell’Impero Britannico.
Nel 1928 aveva inviato in Turchia quindici giovani diplomate della scuola da lei fondata, perché proseguissero gli studi superiori.
Durante una Loya Jirga, la grande assemblea dei capi tribali convocata da Amanullah per sostenere le sue riforme, il 29 agosto 1928 tenne un discorso sul diritto delle donne all’istruzione e all’uguaglianza, togliendosi pubblicamente il velo davanti ai millecento delegati. Le sue figlie e altre donne dell’élite di Kabul fecero lo stesso.
L’anno seguente, in visita in Iran su invito dello scià Reza, si era presentata di nuovo senza velo, un gesto che avrebbe contribuito a ispirare le riforme che lo scià avrebbe poi introdotto nel proprio paese.
Le riforme di Amanullah, e in particolare la questione del velo, provocarono una reazione sempre più ostile tra i settori più conservatori del paese tanto che, nel 1929, per evitare una guerra civile, il re aveva abdicato e lasciato l’Afghanistan con la famiglia. Ripararono prima in India, dove Soraya aveva dato alla luce una figlia che avevano chiamato Principessa India, per poi stabilirsi in esilio a Roma.
Il New York Times aveva riportato all’epoca che la coppia si fosse convertita al cattolicesimo, una notizia che si sarebbe poi rivelata falsa.
Si spense a Roma il 20 aprile 1968. Il feretro venne scortato dai militari italiani fino all’aeroporto e riportato in Afghanistan, dove le venne tributato un funerale di stato. È sepolta nel mausoleo reale di Bagh-e Amir Shaheed, a Jalalabad, accanto al coniuge, morto otto anni prima.
Soltanto nel 2019, a più di novant’anni da quei fatti, la rivista Time l’ha scelta come Donna dell’Anno per il 1927 nel proprio progetto retrospettivo sul secolo appena trascorso, riconoscendo tardivamente ciò che le donne afghane sapevano già.
L’indipendenza appartiene a tutte e tutti, per questo la festeggiamo. Le donne devono fare la propria parte, come fecero nei primi anni della nostra nazione e dell’Islam. Dobbiamo acquisire quanta più conoscenza possibile, per poter rendere i nostri servizi alla società come le donne dei primi tempi dell’Islam.















