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Tina Anselmi

Tina Anselmi

Qualunque cosa abbiate fatto nella vita, ricordatevi che l’importante è aver scelto.

Tina Anselmi è stata la prima donna a ricoprire la carica di ministra della Repubblica Italiana, nel 1976. Molte conquiste sul piano del lavoro e della salute non sarebbero state possibili senza di lei a cui si deve anche la legge sulle pari opportunità.

Definita dai compagni di partito la “Tina vagante” per la sua indipendenza e imprevedibilità, ha contribuito a cambiare, con fatica e determinazione, la storia del nostro Paese.

Una vita dedicata alla democrazia, al lavoro e ai diritti delle donne, nella scuola, nel sindacato, nel movimento femminile della Democrazia Cristiana e in Parlamento. Deputata per sei legislature, è stata Ministra della Sanità e del Lavoro.

Nata il 25 marzo 1927 a Castelfranco Veneto, figlia di Norma Ongarato e Ferruccio Anselmi, era cresciuta durante il regime fascista in una famiglia contadina e cattolica, segnata da una tensione politica evidente. Il padre, di idee socialiste, era stato perseguitato.

Aveva diciassette anni quando, nel 1944, aveva assistito all’impiccagione pubblica di alcuni giovani partigiani a Bassano del Grappa. Da quel momento decise di entrare nella Resistenza come staffetta partigiana con il nome di Gabriella.

Dopo la Liberazione aveva studiato lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e aveva scelto di diventare maestra elementare.

Nel sindacato ha costruito la sua formazione politica, prima nella CGIL e poi nella CISL, occupandosi in particolare del settore tessile e della scuola. Il Veneto del dopoguerra, con le sue disuguaglianze e la precarietà diffusa, è stato il suo laboratorio politico.

Dal 1958 al 1964 è stata incaricata nazionale dei giovani nella Democrazia Cristiana, nel 1959 era entrata nel consiglio nazionale e, nel 1963 venne eletta componente del comitato direttivo dell’Unione europea femminile, della quale divenne vicepresidente nello stesso anno.

Ha lavorato con le giovani, si è occupata di partecipazione femminile, ha insistito su un punto diventato centrale nella sua azione pubblica. Le donne dovevano essere dentro la democrazia, non ai margini.

Nel 1968 è stata eletta in Parlamento per la prima volta, è stata deputata fino al 1992, attraversando alcune delle stagioni più complesse della Repubblica. Ha lavorato nelle commissioni dedicate al lavoro, alla sanità, agli affari sociali. Non ha mai separato questi ambiti. Per lei la questione sociale, il lavoro e la condizione femminile sono stati parte dello stesso discorso.

Nel 1975 ha presieduto la delegazione italiana alla World Conference on Women promossa dall’ONU a Città del Messico, presenziando ai successivi eventi di Nairobi nel 1985 e di Pechino nel 1995.

Nel 1976 è diventata Ministra del Lavoro nel governo guidato da Giulio Andreotti, prima donna a ricoprire una carica ministeriale nella storia della Repubblica italiana.

Il suo lavoro si è tradotto in atti concreti. Nel 1977 è stata tra le prime persone a firmare la legge che apriva alla parità salariale e di trattamento nei luoghi di lavoro, nell’ottica di abolire le discriminazioni di genere fra uomo e donna.

Quando è passata al ministero della Sanità, ha firmato provvedimenti che hanno cambiato profondamente il paese: l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, un’idea nuova di cura, universale e accessibile; ha sostenuto la riforma di Franco Basaglia per chiudere i manicomi, puntando su territorialità, prevenzione e dignità del paziente e, sebbene profondamente credente, nel 1978, ha firmato la Legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza, tenendo insieme la sua identità personale e il principio di laicità dello Stato.

Tra il 1981 e il 1985, ha presieduto la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica Propaganda Due. Ha indagato su una rete di potere opaca, capace di intrecciarsi con apparati dello Stato e interessi criminali. Senza arretrare, si è inimicata diversi esponenti politici, compresi i suoi colleghi di partito. Ha firmato una relazione che ha restituito al paese una verità scomoda, pagando un prezzo personale e politico alto.

Nel 1982 ha firmato la legge Spadolini-Anselmi che vieta le associazioni segrete che interferiscono con i pubblici poteri, ne impone lo scioglimento, la confisca dei beni e sanzioni, vietando ai funzionari pubblici l’iscrizione ad esse, tutelando la Costituzione.

Nel 1992 ha lasciato il Parlamento, ma non si è ritirata dalla vita civile. Ha continuato a lavorare in commissioni di inchiesta, si è occupata delle conseguenze delle leggi razziali, ha mantenuto uno sguardo vigile sul paese. Il suo nome è stato più volte evocato per la Presidenza della Repubblica.

Nel 1998 è stata nominata Cavaliere di Gran Croce Ordine al merito della Repubblica italiana.

Si è spenta spenta nella sua abitazione di Castelfranco Veneto poco il 1º novembre del 2016, all’età di 89 anni, era malata di Parkinson dal 2001 e negli ultimi anni un ictus aveva contribuito ad aggravare le sue condizioni di salute.

Tina Anselmi ha dedicato la sua vita all’impegno politico ed è rimasta legata alla Costituzione, alla Resistenza, a una visione etica dell’azione pubblica.

Ha attraversato le istituzioni senza lasciarsi trasformare dal potere, mantenendo uno sguardo che veniva da lontano, dalla guerra, dal lavoro, dalle donne incontrate nelle fabbriche e nelle scuole, dal senso di responsabilità.

La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.

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