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Joséphine Baker, la diva militante

Joséphine Baker
Io credo di avere una missione su questa terra, quella di aiutare i popoli a diventare amici e fare in modo che capiscano prima che sia troppo tardi.
Joséphine Baker è ricordata dalla maggior parte delle persone come la stravagante intrattenitrice che ha guadagnato fama e fortuna a Parigi negli anni Venti, con il suo gonnellino di banane e i suoi capelli corti. Donna dall’inarrestabile sete di giustizia nella vita è stata tante cose, ballerinacantante, ma anche una spia, una partigiana e un’attivista per i diritti civili.
Ha vissuto con libertà il suo corpo, la sua sessualità e la sua bellissima idea di famiglia.
Nata a St. Louis, in Missouri il 6 giugno 1906 col nome di Freda Josephine McDonald era una bambina meticcia afroamericana e amerinda degli Appalachi.  La famiglia ispanica del padre naturale, non aveva accettato la relazione del figlio con una donna i cui nonni erano stati schiavi tanto da indurlo a disconoscerla e abbandonarla. Venne cresciuta dalla madre Carrie e dal suo nuovo compagno in un quartiere del ghetto, dove, sin da piccola ebbe modo di sperimentare il razzismo e la seducente anima della musica che ascoltava, sviluppando un carattere forte e determinato.
Visse in condizioni di estrema indigenza, a soli otto anni faceva la domestica nelle case di famiglie bianche e benestanti, a dodici lasciò la scuola per fare la cameriera. Sua madre, che faceva la ballerina, le trasmise l’amore per la musica e la danza che le alleviarono i disagi di una vita che sembrava già segnata da discriminazione e povertà.
Si è sposata la prima volta a quindici anni, con Willie Baker, del quale mantenne il cognome.
Cominciò a esibirsi in piccoli numeri sotto un tendone improvvisato per poi essere ingaggiata da un piccolo teatro ambulante. A quindici anni è sbarcata a  Broadway, in una New York, in cui il Rinascimento di Harlem consentiva la messa in scena di spettacoli interpretati da artisti e artiste di colore, nonostante venisse loro impedito di entrare dall’ingresso principale dei music hall, a causa del colore della pelle. L’anno dopo creò il suo primo show, Shuffle Along
Anche nel teatro e nello spettacolo, considerati da sempre ambienti liberi, l’ombra della segregazione soffocava e reprimeva i talenti delle artiste afroamericane, spesso costrette a ruoli che rientravano in stereotipi di lungo corso. Fu così che a venticinque anni giunse a Parigi dove cominciò a esibirsi al Théatre des Champs Élysées, fondamentale per la sua formazione, dove i suoi balli moderni, arditi, in cui la musica sembrava sgorgare dal suo corpo furono accolti e apprezzati con entusiasmo.
Riscosse un successo straordinario, divenne l’immagine di molte pubblicità, per elettrodomestici o per cosmetici, ballò davanti ai reali di tutta Europa, Le Corbusier creò un balletto apposta per lei, affascinò personaggi come Luigi Pirandello, Ernest Hemingway, George Simenon, Pablo Picasso e Jean Cocteau.
Danzava e cantava in maniera innovativa e sensuale in un’epoca in cui si censuravano anche le gambe scoperte. Fece tour in tutta l’Europa, sempre accompagnata da un leopardo, che terrorizzava l’orchestra e faceva fremere di paura il pubblico. 

Sposò un nobile siciliano il conte Abatino, chiamato Pepito e poi l’industriale Jean Lion, grazie al quale acquisì la cittadinanza francese. Nonostante la vita agiata e le luci della ribalta, non dimenticò mai da dove proveniva e si prodigò come poteva per aiutare le persone in difficoltà. 

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la sua conoscenza delle lingue, la determinazione e il coraggio nel voler combattere l’orrore nazista la portarono ad aderire alla Resistenza, divenne una spia e, col grado di luogotenente, fu protagonista di missioni pericolosissime in Europa e in Nord Africa. Si muoveva con una certa libertà grazie alla sua fama di artista, celando messaggi importantissimi tra i suoi spartiti, intratteneva i soldati con i suoi spettacoli e nascondeva gli oppositori al nazismo.

Al suo rientro a Parigi, dopo la liberazione, venne accolta da migliaia di persone che lanciavano fiori al suo passaggio. Per il suo impegno civile e militare le vengono conferiti la Croix de Guerre, la Rosette de la Resistance e la Légion d’honneur.

Dopo la guerra, tornò negli Stati Uniti e nel 1946 sposò Jo Bouillon, direttore d’orchestra, che fu l’amore più sincero della sua vita e con cui comprò il castello di Milandes in Dordogna. Insieme adottarono dodici bambini e bambine di diverse nazionalità, lingua e religione, per seppellire il razzismo sotto l’ideale di una tribù Arcobaleno.

Negli stessi anni aderì e finanziò la National Association for the Advancement of Colored People, una delle prime e più influenti associazioni per i diritti civili. Il suo impegnò si rafforzò dopo la morte di Emmett Till, un ragazzino afroamericano di quattordici anni barbaramente massacrato per aver rivolto la parola a una donna bianca.
Per sostenere la grande famiglia e le sue lotte continuava a viaggiare e esibirsi sui palcoscenici di mezzo mondo.

Negli anni Sessanta partecipò attivamente al movimento per i diritti civili, si rifiutò di danzare di fronte a un pubblico segregato, boicottando teatri e music hall. È stata una delle prime artiste di colore a esibirsi per un pubblico integrato e l’unica donna a pronunciare un discorso alla marcia su Washington, nel 1963, di fronte a una folla di 250.000 persone.

Sapete che ho sempre scelto la strada più difficile. Diventando vecchia, sicura di averne la forza e la capacità, ho preso quel sentiero difficile e ho cercato di renderlo un po’ più facile. Volevo renderlo più facile per voi. Voglio che abbiate l’opportunità di fare tutto quello che ho fatto io, senza che siate obbligati a scappare per ottenerlo.

Produceva gli spettacoli per sostenere la lotta per l’emancipazione e il sogno di Milandes che ospitava la fondazione della Rainbow Tribe.

Un tour in Sudafrica si trasformò in un disastro, il suo discorso anti-apartheid svuotò i teatri. Nel frattempo, per il mantenimento del castello spese tutta la sua fortuna e fu costretta ad aumentare i concerti e gli spettacoli. Costumi piumati e lamé sostituirono il gonnellino a banana.

Furono anni difficili, nei quali conobbe la malattia, la separazione dal marito, poi il fallimento e la povertà. A causa dei debiti perse il castello che fu venduto all’asta. Negli ultimi anni era diventata molto amica di Grace Kelly, la principessa di Monaco, che l’apprezzava moltissimo e la sostenne economicamente permettendole di comprare un appartamento in Costa Azzurra, dove trascorse il resto della sua vita.

Si è esibita per l’ultima volta a Parigi nel 1975, tra la folla corsa ad assisterla andarono a renderle omaggio anche Mick Jagger, Sophia Loren, Liza Minnelli e molti altri personaggi dello spettacolo.

Joséphine Baker, la meticcia, l’artista, la partigiana, l’attivista ha continuato a lottare fino alla sua morte, avvenuta il 12 aprile del 1975, in seguito a un’emorragia cerebrale. Ai suoi funerali, parteciparono ventimila persone, venne sepolta nel cimitero del Principato di Monaco.

È stata ricordata e omaggiata in ogni modo, numerose le testimonianze fotografiche e cinematografiche.
Un suo monumento sepolcrale sarà collocato al Panthéon di Parigi il prossimo 30 novembre, data in cui ottenne la cittadinanza francese. È la sesta donna della storia a entrare nel mausoleo che accoglie e celebra i morti onorati dalla patria e la prima nera.
#unadonnalgiorno

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