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Cristina Cattaneo prova a dare l’identità ai morti in mare

Cristina Cattaneo anatomopatologa lavora a un progetto pilota per ridare l’identità ai morti in mare

Se a tutti i morti fossero riservate le stesse attenzioni, il mondo sarebbe un posto migliore.

Dare un nome alle persone prima di seppellirle è un dovere di civiltà che si assolve soprattutto per i vivi.

È un fatto di salute mentale: i parenti hanno bisogni di piangere su una tomba.

Lui non ce l’ha ancora, purtroppo. Indossava una giacca leggera. Ho scucito la fodera ed è saltato fuori un foglio prestampato avvolto nel nylon. Era la pagella, con i voti di matematica, fisica e scienze, vicini alla media del 10.

Che aspettative avrà avuto questo quattordicenne del Mali o della Mauritania.

E il ragazzo di 17 anni partito dal Gambia che teneva in tasca la tessera dei donatori di sangue?

E quello che s’era annodato un angolo della maglietta con dello spago rosso?

Credevo che dentro il rigonfiamento ci fosse hashish. Invece era un pugnetto della terra natia.

Il caso di Yara mi ha insegnato che le cose più importanti sono quelle invisibili.

All’inizio, appena tornavo a casa la sera, buttavo tutti i vestiti in lavatrice, non riuscivo a farmelo passare. Poi ho capito che l’odore della morte ce l’avevo nella testa.

Cristina Cattaneo, anatomopatologa, è a capo del Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’Università di Milano.

Lavora a un progetto pilota, unico in Europa, per ridare l’identità ai morti in mare.

Sta lavorando sui corpi dei morti nei naufragi di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015, che ha causato oltre 800 morti.

Per raccontare la sua esperienza ha scritto il libro “Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo”.

Sono tante le storie dietro ai corpi a cui cerca di dare un’identità. Dal ragazzo ghanese con addosso due tessere: una della biblioteca, l’altra da donatore di sangue, al giovane eritreo con in tasca un sacchetto di terra per non scordarsi del proprio paese fino al bambino del Mali che aveva nella cucitura interna del giubbotto una pagella scolastica scritta in arabo e in francese.

#unadonnalgiorno

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