Per vincere il mio rancore penso al destino di noi esseri umani. Ogni esistenza racchiude in sé una briciola d’eroismo fatto di abnegazioni, rinunce e acquiescenze sotto l’impietosa sferza della fatalità.
Mariama Bâ, scrittrice e attivista senegalese, è stata una pioniera nel denunciare la condizione delle donne sottoposte alla poligamia.
Nata a Dakar il 17 aprile 1929, in una famiglia lebu agiata e colta, era figlia di Fatou Kiné Gaye, morta quando lei aveva appena quattro anni, e di Amadou Bâ, fondatore nel 1946 del movimento autonomista africano e ministro della Sanità del Senegal nel 1956.
Rimasta orfana di madre in tenera età, era stata cresciuta dai nonni materni, secondo valori musulmani conservatori. Il padre l’aveva iscritta a una scuola coranica in lingua francese a Dakar. A quattordici anni era stata ammessa, con il punteggio più alto ottenuto in tutto il concorso indetto in Africa Occidentale Francese, all’École Normale de Rufisque, la scuola per la formazione delle maestre, dove aveva avuto come insegnante Germaine Le Goff, figura che avrebbe influenzato profondamente la sua formazione. Diplomata nel 1947, a diciotto anni, aveva iniziato a insegnare alla Scuola di Medicina di Dakar, proseguendo la carriera in diversi istituti per circa dodici anni.
Il peggioramento delle condizioni di salute l’aveva poi portata a lasciare l’insegnamento diretto per diventare ispettrice regionale della Pubblica Istruzione.
Si era sposata tre volte. Dal primo matrimonio, con Bassirou Ndiaye, erano nate tre figlie; dal secondo, con Ablaye Ndiaye, una figlia. Il terzo matrimonio, il più lungo, con il giornalista e politico Obèye Diop, deputato e ministro dell’Informazione, le aveva dato cinque figli, prima di concludersi con un divorzio. In totale, aveva cresciuto nove figli.
Impegnata in numerose associazioni per la difesa dell’educazione e dei diritti delle donne, pronunciava discorsi e pubblicava articoli.
Aveva fatto parte della Fédération des associations féminines du Sénégal (FAFS), creata nel 1977 su iniziativa del presidente Léopold Sédar Senghor, che nello stesso anno le aveva anche intitolato, mentre era ancora in vita, la Maison d’Éducation Mariama Bâ, prestigiosa scuola femminile fondata sull‘isola di Gorée.
Nel 1979 aveva pubblicato, con la casa editrice Nouvelles Éditions Africaines di Dakar, il suo primo romanzo, Une si longue lettre, tradotto in italiano col titolo Amica mia. Il libro, una raccolta di lettere immaginarie che la protagonista scrive a un’amica allontanatasi da anni dal Senegal, ripercorre attraverso il loro dialogo la società senegalese in cui entrambe erano cresciute, mettendo a confronto scelte di vita diverse a partire dagli stessi valori. Il romanzo aveva ricevuto, nel 1980, il primo Noma Award for Publishing in Africa.
Il secondo romanzo, Un chant écarlate, tradotto in italiano come La sposa bianca di Ousmane, e uscito postumo nel 1981, narra il fallimento del matrimonio misto fra un giovane senegalese di umili origini e una donna francese cresciuta in Senegal, sullo sfondo dei fermenti che di lì a poco avrebbero attraversato il mondo intero, dalle contestazioni studentesche alle lotte per l’indipendenza africana.
In entrambi i romanzi la poligamia è rappresentata come una condizione di sofferenza per le donne, al punto che le co-mogli si chiamano tra loro “rivali“.
Mariama Bâ ha guardato con sguardo compassionevole anche alle donne che, per sottomissione o convenienza, si rendevano complici nel perpetuare quel sistema, indicando nell’istruzione e nell’autonomia economica l’unica via di sottrazione possibile.
Si è spenta il 17 agosto 1981, a cinquantadue anni, per un cancro ai polmoni, prima di vedere pubblicato il suo secondo romanzo.
Mariama Bâ ha dato voce, con la propria scrittura, a donne che la società relegava al silenzio e alla sottomissione, anche quando appartenevano alle classi più agiate e colte.
La sua eredità resta oggi un punto di riferimento imprescindibile per il femminismo africano.
Quante speranze avevamo alimentato, disperatamente, speranze che si sarebbero potute concretizzare in felicità duratura ma che abbiamo deluso per abbracciarne altre, che sono miseramente scoppiate come bolle di sapone, lasciandoci la mano vuota?















