“Put Your Soul on Your Hand and Walk è stata la mia risposta di cineasta al massacro in corso del popolo palestinese. Il mio modo personale per non perdere la ragione.”
Con queste parole Sepideh Farsi, regista francese di origine iraniana, ha descritto il film documentario che l’ha resa nota al grande pubblico internazionale, presentato alla sezione ACID del Festival di Cannes 2025 e premiato con il Prix France Culture per il cinema studentesco.
Il suo lavoro è un atto politico, una dichiarazione morale, un gesto di sopravvivenza.
Nata a Teheran nel 1965 in una famiglia di sinistra attiva politicamente, a tredici anni è stata arrestata e detenuta otto mesi in prigione per aver nascosto una sua compagna. Dopo il rilascio venne costretta a completare gli studi secondari tra le mura di casa.
A diciotto anni, nel 1984, ha lasciato l’Iran per Parigi, dove si era iscritta a matematica. Nella capitale francese ha scoperto le arti visive partendo dalla fotografia, poi è arrivato il cinema e con esso la comprensione che forma e contenuto, estetica e messaggio politico, non possono pensarsi separabili.
Il suo esordio è stato con un documentario dedicato alla diaspora iraniana, Il mondo è la mia casa, e da lì non si è più fermata.
Nel 2001 ha firmato Homi Sethna, regista, cortometraggio sull’omonimo cineasta indiano che ha vinto il premio della Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica al Festival di Bombay, e nello stesso anno Men of Fire, ritratto dei vigili del fuoco di Teheran.
Nel 2003 ha realizzato Il viaggio di Maryam, opera di finzione al confine con il reportage che segue una giovane donna della diaspora parigina tornata a Teheran alla ricerca del padre.
Nel 2009, durante uno dei suoi viaggi clandestini nella capitale iraniana, ha girato Teheran senza permesso con uno smartphone, l’unico strumento che le permetteva di filmare aggirando i divieti governativi. Ne è emerso un affresco vivido della città, con i tassisti, le donne dal parrucchiere, i giovani che parlano di droga e prostituzione e il rapper persiano Hichkas. Nello stesso anno è entrata a far parte della giuria del Locarno International Film Festival.
Nel 2014 ha girato in Grecia Red Rose, fiction con attori iraniani che evoca le rivolte studentesche e che, rompendo deliberatamente i tabù del cinema del suo paese natale, ha incluso scene di sesso per raccontare il rapporto tra generazioni e rivolta.
Nel 2023 ha presentato alla Berlinale il film d’animazione La Sirène, che narra l’inizio della guerra Iran-Iraq attraverso gli occhi di un bambino nel porto di Abadan nel 1980. La pellicola le ha portato il premio come Miglior Film d’Animazione agli Asia Pacific Screen Awards.
Il suo impegno non si è esaurito con l’arte. È stata tra le seicento persone firmatarie dell’appello lanciato dal cinema francese contro le acquisizioni mediatiche di Vincent Bolloré pubblicato su Libération alla vigilia del festival di Cannes finendo nella lista nera di Canal+.
A Cannes, nel 2025, Sepideh Farsi ha consegnato al mondo l’opera della sua vita, Put Your Soul on Your Hand and Walk. Il lavoro nasce da una corrispondenza durata più di duecento giorni con Fatma Hassona, giovane fotografa palestinese di venticinque anni che documentava la vita a Gaza sotto assedio. Avendo tentato di entrare nella Striscia senza riuscirci, i suoi occhi sono stati quelli della videocamera della fotoreporter che l’ha portata in quei luoghi, tra quella vita che resisteva tra le macerie.
Il 16 aprile 2024, pochi giorni prima che il film venisse presentato al festival, Fatma Hassona è stata uccisa insieme alla sua famiglia in un bombardamento dell’esercito israeliano. Aveva venticinque anni. E da allora, il suo impegno per far conoscere la giovane martire e il suo lavoro è stato ancora più motivato. Ha organizzato mostre delle fotografie di Fatma Hassona in tutto il mondo e sostenuto la pubblicazione di un libro delle sue opere, provando a trasformare il dolore in azione.
Al Festival del Cinema di Venezia, come presidente onoraria di Bookciak, Azione! 2025, oltre a elogiare il lavoro della Global Sumud Flottilla, ha ricordato i tanti modi e momenti attraverso cui l’orrore di Gaza ha fatto irruzione al festival, dal partecipato corteo di protesta ai film The Voice of Hind Rajab e Qui vit encore.
«Il nuovo ordine mondiale», ha detto, «vorrebbe abituarci a vedere i bambini morire di fame mentre mangiamo i nostri pasti, un modo per assicurare la continuità della nostra sottomissione. In questa sequenza assurda della nostra Storia, i governanti vogliono normalizzare il massacro dei palestinesi nascondendolo solo a metà: affinché non si possa dire di non aver saputo, rendendoci così complici».
Per lei tutto questo è stato reso possibile da una «campagna di disumanizzazione della popolazione palestinese» portata avanti da «ben prima che iniziasse questa fase. La cosa che proprio non riesco a capire è come si possa parlare ancora di legittima difesa per gli israeliani».
Sepideh Farsi ha vissuto sulla sua pelle la censura, la prigione, l’esilio e dalla sua esperienza ha costruito una carriera che non conosce neutralità.
Ha realizzato film con lo smartphone, con la videocamera o avvalendosi dell’animazione, per dare un volto a chi rischia di rimanere soltanto un numero o una statistica.
“Se non si ha la speranza che le immagini siano in grado di muovere le cose, non si fa cinema”.















