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Tomaso Binga poeta e artista femminista

Tomaso Binga artista e poeta femminista

Molte donne per fare arte, nella storia passata ma anche recente, hanno usato uno pseudonimo maschile.

È il caso anche di Tomaso Binga, l’alter ego di Bianca Pucciarelli, figura di punta della poesia fonetico-sonora-performativa. Artista che ha attraversato i momenti più intensi dell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta, quando arti visive, teatro, musica e poesia convergevano in un dialogo denso di nuove possibilità. Ha assunto un nome maschile in segno di protesta contro le disparità che caratterizzano la relazione uomo-donna.

Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e nel mondo. Si occupa di scrittura verbovisiva, è tra le figure di punta della poesia fonetico — sonora — performativa italiana. Il corpo femminile si fa linguaggio, sia a partire dai primi collage tratti dalla pubblicità, inseriti in contenitori di polistirolo, sia nella più intensa fase della scrittura de-semantizzata.

Dal 1974 dirige l’associazione culturale Lavatoio Contumaciale, che si occupa di poesia, arti visive, letteratura, musica e multimedialità. Luogo d’incontro e di aggregazione, svolge una intensa attività, promuovendo manifestazioni e dibattiti sui diritti umani, contro tutte le violenze, a salvaguardia della natura e del territorio, ma soprattutto sull’arte sperimentale e i nuovi media. Ha visto passare, negli anni, i nomi più importanti della letteratura, del cinema e del teatro di sperimentazione: da Roberto Benigni a Giuseppe Bartolucci, da Gianfranco Baruchello a Nanni Balestrini, da Jolanda Insana a Maria Luisa Spaziani, da Amelia Rosselli a Dacia Maraini e tanti e tante altri/e.

Dal 1992 partecipa, in qualità di vice-presidente, alla gestione della Fondazione Filiberto Menna.

Tomaso Binga ha una particolarissima pratica artistica, contraddistinta da una modalità di analisi critica del linguaggio dominante profondamente ironica e antiretorica – tra scrittura verbo-visiva e azioni performative, dove le istanze femministe si esprimono senza rinunciare al motto di spirito.

Nata a Salerno nel 1931, ha fatto studi classici. Ha cominciato a scrivere poesie e racconti all’età di dieci anni. Nel 1959, sposa Filiberto Menna, che sarebbe diventato uno dei più autorevoli critici italiani. All’epoca lui era medico e lei insegnante.

Salerno tra gli anni Sessanta e Settanta era una città di grande vitalità intellettuale: numerosi luoghi espositivi aperti al dibattito; personaggi come Marcello e Lia Rumma, a cui si deve la nascita nel 1966 delle “Rassegne di Pittura”, agli Antichi Arsenali di Amalfi, nel cui ambito si svolgerà nel 1968 “Arte povera più azioni povere”, a cura di Germano Celant. Una rassegna di teatro d’avanguardia come “Nuove tendenze” (curata da Menna con Giuseppe Bartolucci) e la sperimentazione militante del Teatrogruppo, ispirata al Living Theatre. Era come se in città si fosse concentrato un insieme di intelligenze e di sensibilità speciale. Un’irripetibile occasione di entrare a contatto diretto con le più avanzate forme di espressione artistica italiana e internazionale, in un clima di effervescente informalità.

I riferimenti artistici di Tomaso Binga, fin dall’inizio, sono stati l’arte concettuale e la poesia visiva. Fenomeni artistici che avevano una minore visibilità ma portavano avanti una sperimentazione più radicale. Le sue primissime opere degli anni Sessanta erano disegni e piccole sculture in terracotta di stampo cubista e futurista.

Nel 1971, per la sua prima mostra “L’oggetto reattivo” in cui presentava opere di poesia visiva, assunse il nome d’arte, Tomaso Binga.

Il mio nome maschile gioca sull’ironia e lo spiazzamento: vuole mettere allo scoperto il privilegio maschile che impera anche nel campo dell’arte. È una contestazione, per via di paradosso, di una sovrastruttura che abbiamo ereditato e che come donne vogliamo distruggere. In arte, sesso, età, nazionalità non dovrebbero essere delle discriminanti. L’artista non è un uomo o una donna ma una PERSONA. Il mio alter ego, Tomaso, è un richiamo diretto a Filippo Tommaso Marinetti (con una sola “m” per caduta di una costola) e a una stagione dell’arte italiana quanto mai viva e vivace.

Ha frequentato la Cooperativa Beato Angelico, collettivo femminista di sole artiste.

Il suo lavoro si accosta a uno dei nuclei fondamentali della discussione all’interno del movimento delle donne, quello sulla necessità di rifondazione del linguaggio perché strumento del potere patriarcale, della storia, della legge, della religione, che ha contribuito all’emarginazione femminile. Anche per questo, nell’arte di quegli anni, il corpo spesso si opponeva alla parola e diventava uno strumento di espressione alternativo, elemento fondante di un nuovo modo di comunicare.

Tutto il suo lavoro artistico è incentrato sulla “scrittura verbo visiva” e sulle azioni sonoro/performative, per tentare un processo di de-semantizzazione del codice verbale.

Nei suoi lavori le parole sconfinano dai luoghi deputati, proliferano come cellule, invadono gli spazi che ci circondano. Una scrittura silenziosa, scritta direttamente con il corpo che, affrancandosi dalla tirannia del segno, diventa segno esso stesso.

Nel 1978 partecipa alla mostra “Materializzazione del linguaggio” a cura di Mirella Bentivoglio, per la Biennale di Venezia, dove ha presentato i Dattilocodici, lavori fatti con la macchina da scrivere. Unica grande mostra storica al femminile mai tenutasi prima alla Biennale, un momento importante all’interno di una situazione artistica italiana che stentava a riconoscere l’apporto delle donne, sempre marginalizzate.

La componente performativa ha sempre avuto una parte importante nel suo lavoro, in cui si esplicita anche il suo carattere istrionico. 

Ironia e grottesco, denuncia e dissacrazione,  nonsense e luogo comune sono stati gli ingredienti principali delle sue poesie performative che con la poesia sonora si sono arricchite dell’energia della voce necessaria a stabilire un tramite più diretto tra  il testo e chi ne fruisce.

La Maison Dior di Parigi ha tappezzato con uno dei suoi lavori l’intero padiglione dei giardini del Museo Rodin per la sfilata pret- à- porter autunno-inverno 2019-2020. 

Tomaso Binga ha precorso i tempi, scardinato pregiudizi, con un entusiasmo coinvolgente e disarmante. È sempre stata una donna controcorrente che ha assunto un nome maschile contro il gender gap, anticipando di decenni i tempi. Il coraggio non le è mai mancato.

Donne e uomini dovremmo perseguire uno stato di armonia dove a tutti gli esseri viventi, umani e non, venisse riconosciuto il diritto di esistere e realizzarsi secondo la propria natura. La chiusura della poesia non è una sentenza, ma un monito: bisogna restare vigili, perché i diritti e le libertà che abbiamo ottenuto non sono eterni.

Contro il costume che attribuisce un significato maschile al lavoro dell’artista, io sono una cartuccia e va…sparata!

Grande la sua attitudine alla collaborazione e al confronto, ella stessa sottolinea che molti dei suoi progetti sono il risultato di incontri con donne, più o meno note. Ultimamente, nelle sue mostre personali, riserva anche una stanza, uno spazio per le opere di altre artiste che sceglie e che supporta.

Tomaso Binga accoglie, condivide i suoi spazi con generosità, promuove. Una grande donna e una grande artista, questo è indubbio.

#unadonnalgiorno

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