Violet Gibson è stata la donna irlandese che, il 7 aprile 1926, ha sparato a Benito Mussolini in pieno centro di Roma, mancandolo solo per un movimento involontario della testa del Duce e per l’inceppamento della propria pistola al secondo colpo.
Nata a Dublino il 31 agosto 1876, era figlia di Edward Gibson, primo barone di Ashbourne e Lord Cancelliere d’Irlanda, in una delle famiglie più influenti dell’aristocrazia anglo-irlandese. Fu debuttante alla corte della regina Vittoria, ma crebbe malaticcia, divisa tra Dublino e Londra, e soffrì fin da giovanissima di quella che allora veniva chiamata genericamente “isteria”. Attorno ai venticinque anni si convertì al cattolicesimo e si trasferì a Parigi, dove lavorò per alcune organizzazioni pacifiste.
Il 7 aprile 1926 si trovava a Roma e Mussolini aveva appena concluso il discorso di apertura del Congresso internazionale di chirurgia, tenutosi al Palazzo dei Conservatori, e attraversava piazza del Campidoglio. Violet Gibson gli si avvicinò, estrasse una pistola dalla borsa e sparò da distanza ravvicinata puntando alla testa: il colpo lo ferì soltanto di striscio al naso, perché nell’istante dello sparo il Duce mosse il capo, secondo alcune fonti per rispondere al saluto romano della folla, secondo altre per voltarsi verso un gruppo di studenti che intonava un canto in suo onore. La donna tentò di sparare una seconda volta, ma la pistola si inceppò. La folla, accorsa in difesa di Mussolini, la trascinò a terra e rischiò di linciarla, prima che le forze dell’ordine intervenissero a salvarla e a trarla in arresto.
Interrogata, non fornì una spiegazione politica coerente del gesto: dichiarò di aver sparato per glorificare Dio, che le avrebbe mandato un angelo a tenerle ferma la mano.
Il 3 ottobre 1926 un tribunale speciale la dichiarò incapace di intendere e di volere. Fu quindi espulsa dall’Italia e internata nel Regno Unito, dove i medici confermarono la diagnosi di infermità mentale. La famiglia acconsentì al ricovero nell’ospedale psichiatrico St Andrew’s di Northampton, dove sarebbe rimasta segregata per circa trent’anni.
Nell’aprile del 1930, nel quarto anniversario dell’attentato, tentò il suicidio, ma fu soccorsa in tempo da un’infermiera. Scrisse numerose lettere, mai spedite, a ministri e a membri della famiglia reale britannica, tra cui Winston Churchill e la giovane principessa Elisabetta, cui nel 1947, in occasione delle nozze, chiese di intercedere presso il ministero dell’Interno per la propria liberazione. Non fu mai dimessa.
Si spense a Northampton il 2 maggio 1956, a settantanove anni; al funerale non si presentò nessun familiare.
Per decenni la sua storia è stata ridotta a un fatto di cronaca nera firmato da una “pazza”, una lettura che ha permesso tanto al governo britannico quanto alla sua stessa famiglia di non affrontare la sostanza politica e antifascista del suo gesto.
Soltanto nel 2022 Dublino le ha dedicato una targa commemorativa nella casa natale di Merrion Square, definendola per la prima volta pubblicamente un’antifascista.
Restituire a Violet Gibson la propria voce significa smettere di archiviare come follia ciò che, per una donna, era già considerato impossibile da immaginare, un atto politico deliberato contro un dittatore.















