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Anna Maria Mozzoni

Anna Maria Mozzoni prima femminista italiana

Che fa la penna in mano a una donna se non serve alla sua causa, come a quella di tutti gli oppressi?

Anna Maria Mozzoni, all’anagrafe Marianna, giornalista, scrittrice e attivista, è stata la voce più autorevole del movimento emancipazionista italiano tra Ottocento e Novecento.

Per prima, ha chiesto per le donne pari diritti politici, civili e sociali, e sostenuto che la questione femminile fosse un problema autonomo, non subordinato ad altre battaglie. Si è battuta per il diritto al voto, all’istruzione e denunciato le condizioni femminili sul lavoro. 

Il suo impegno teorico, civile, politico disegna una biografia di grandissima vitalità e instancabile lavoro, fatta di scritti, relazioni e incontri, confronti, studio.

Nata a Milano il 5 maggio 1837, era figlia di Delfina Piantanida, appartenente all’alta borghesia milanese, e di Giuseppe Mozzoni, ingegnere architetto di idee risorgimentali e liberali. Per sostenere le spese degli studi dei due fratelli maggiori, il padre l’aveva fatta entrare, a cinque anni, in un collegio riservato alle giovani nobili decadute. Non sopportando l’educazione bigotta e conservatrice impartita dalle suore, nel 1851 era tornata a casa, dove aveva proseguito gli studi da autodidatta nella ricca biblioteca paterna, leggendo gli illuministi francesi e lombardi, i romanzieri contemporanei, Mazzini, George Sand e Fourier.

Nel 1855 aveva pubblicato il proprio primo scritto, una commedia in tre atti in lingua francese, La Masque de fer.

Vicina alle posizioni mazziniane e repubblicane, si era inserita nei gruppi che discutevano di emancipazione femminile e uguaglianza dei diritti tra uomini e donne, rifiutando la pretesa “naturalità” del ruolo domestico a cui le donne venivano relegate.

Nel 1864 aveva pubblicato La donna e i suoi rapporti sociali, dedicato alla madre, “meritevole di averla allevata nel libero pensiero”; l’anno successivo era uscito La donna in faccia al progetto del nuovo Codice Civile Italiano, con cui era diventata la prima, in Italia, a criticare pubblicamente il Codice Civile del 1865, sul quale si sarebbe fondato il diritto di famiglia italiano fino al 1975, che relegava la donna sposata in una condizione a metà tra un’apolide e una schiava. Imponeva l’autorizzazione maritale per compiere quasi ogni atto giuridico, dalla gestione dei propri beni alla possibilità di lavorare o di stare in giudizio, escludeva dalla patria potestà sui figli, che spettava solo al padre, e non riconosceva alcun diritto politico. È stata la prima intellettuale italiana a smontare pubblicamente l’impianto di quel codice, sostenendo che l’unità nazionale appena raggiunta sarebbe rimasta incompiuta finché le sue leggi avessero continuato a trattare le donne da minori a vita.

Nel 1866 era stato dato alle stampe Un passo avanti nella cultura femminile. Tesi e progetto, e insieme alle sorelle Caracciolo aveva fondato un comitato femminile di orientamento mazziniano e garibaldino.

Insegnava filosofia morale, collaborava a giornali e riviste occupandosi dei temi più diversi, da una delle prime indagini italiane sulla prostituzione a una rubrica di divulgazione scientifica, Fisica Sintetica.

Nel 1870 aveva tradotto in italiano The Subjection of Women di John Stuart Mill, con il titolo La servitù delle donne, ed era entrata nella redazione della rivista mazziniana «La Roma del Popolo».

Al centro della sua riflessione c’era il riconoscimento della questione femminile come questione sociale autonoma. L’emancipazione della donna, sosteneva, non sarebbe derivata spontaneamente dal raggiungimento di altri obiettivi, come la patria, la libertà, la democrazia o i diritti dei lavoratori. Poteva e doveva intrecciarsi a quelle battaglie, ma non poteva esserne subordinata, e doveva fondarsi sull’iniziativa delle donne stesse e sulla loro capacità di dettare i termini delle riforme necessarie.

Nel 1877 aveva presentato al Parlamento italiano la sua prima mozione per il voto politico alle donne, e aveva partecipato al Congresso di Ginevra per l’abolizione della regolamentazione della prostituzione, entrando nella commissione giuridica accanto al mazziniano Joe Nathan.

L’anno seguente aveva rappresentato l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi, e nel 1879 aveva fondato a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili, entrando anche nella Lega della Democrazia insieme a Jessie White Mario e a Gualberta Alaide Beccari.

Dal 1870 al 1890 aveva collaborato a «La Donna», la rivista fondata da Beccari, che per Mozzoni e per altre, come Malvina Frank e Luisa Tosco, era diventata la tribuna delle principali battaglie per il diritto all’istruzione delle donne: un’istruzione che, rappresentava per lei la premessa indispensabile di ogni autonomia e indipendenza economica femminile.

Della sua vita privata si sa poco, a differenza di quella pubblica. Ebbe una figlia, Bice del Monte, di paternità e maternità biologica incerte — non è chiaro se naturale o adottata da un’amica — a cui diede comunque il proprio cognome.

Nel 1886 sposò un procuratore di circa dieci anni più giovane, il conte Malatesta Covo Simoni, che si rifiutò di riconoscere la bambina. La coppia si separò dopo sette anni, tra pesanti strascichi giudiziari.

In quegli stessi anni insegnò filosofia morale alla Scuola Superiore femminile “Maria Gaetana Agnesi”, dove conobbe Maria Antonietta Torriani — insegnante di letteratura e in seguito prima giornalista del «Corriere della Sera», nota con lo pseudonimo di Marchesa Colombi — con cui strinse un’amicizia profonda e duratura.

Nel 1881 aveva fondato un’associazione indipendente, legata al movimento socialista; otto anni più tardi, con Filippo Turati, Costantino Lazzari e Anna Kuliscioff — con la quale aveva stretto in un primo momento un’amicizia poi destinata a incrinarsi — aveva dato vita alla Lega Socialista Milanese, collaborando anche alla rivista «Critica Sociale».

Si era avvicinata al socialismo comprendendo che le operaie accettavano salari più bassi proprio perché prive di ogni tutela. Nel 1884 aveva scritto Alle fanciulle, spiegando perché le giovani donne, qualunque fosse la loro condizione sociale, dovevano impegnarsi tanto nella battaglia emancipazionista quanto nel movimento socialista.

Il rapporto con Kuliscioff, che le avrebbe poi negato l’ingresso nel Partito Socialista Italiano, si era incrinato definitivamente nel 1898, quando su l’Avanti! aveva pubblicato una lettera contraria alle leggi speciali di tutela del lavoro femminile sostenute da Kuliscioff, temendo che una legislazione protettiva finisse per certificare il lavoro delle donne come di grado inferiore, legittimando le differenze salariali.

Restò comunque il diritto di voto, fino alla fine, il suo obiettivo politico principale.

Nel 1906 firmò, insieme a Maria Montessori e a Teresa Labriola, un’altra petizione per il voto alle donne, presentata in Parlamento dal deputato Roberto Mirabelli nell’ambito della discussione sulla riforma elettorale. Durante la Prima guerra mondiale, le sue posizioni interventiste finirono per isolarla in parte dal proprio ambiente.

Si spense al Policlinico di Roma il 14 giugno 1920, a ottantatré anni.

Fece in tempo a vedere abolita, il 17 luglio 1919 con la legge Sacchi, l’autorizzazione maritale contro cui si era battuta per tutta la vita e ad assistere all’apertura alle donne di gran parte degli impieghi pubblici.

Non vide invece realizzarsi il proprio sogno più grande: il voto alle donne italiane sarebbe arrivato solo nel 1945, esteso per la prima volta alle elezioni amministrative, e nel 1946 a quelle politiche, a distanza di quasi settant’anni dalla sua prima mozione parlamentare del 1877 e ventisei anni dopo la sua morte.

Anna Maria Mozzoni ha passato tutta la vita a ripetere, in mille forme diverse, che i diritti delle donne non sono un dono da attendere, ma una battaglia politica autonoma da condurre con le proprie forze.

Non ha visto il traguardo, ma ha tracciato la strada che altre, generazioni dopo di lei, avrebbero percorso fino in fondo.

 

 

 

 

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