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Grazia Saporita e le gelsominaie di Milazzo

Le Gelsominaie di Milazzo erano lavoratrici che, tra gli anni Trenta e Quaranta, raccoglievano i gelsomini, per le fabbriche che ne estraevano il profumo.

Le Gelsominaie di Milazzo erano lavoratrici che, tra gli anni Trenta e Quaranta, raccoglievano i gelsomini, destinati alle fabbriche, soprattutto francesi, che ne estraevano il profumo.

Non era un lavoro facile, si lavorava per sei-sette ore continue di notte, a piedi nudi negli acquitrini, avendo in cambio una paga miserabile: 25 lire per ogni chilo di fiori raccolti.

Raccogliere gelsomini non era semplice e per la delicatezza nel doverli maneggiare, ogni donna non riusciva a prenderne più di due, al massimo tre, chili al giorno.

Le gelsominaie dovevano alzarsi in piena notte e passare diverse ore curve sui campi, tra fango e insetti. La raccolta si faceva di notte, perché di giorno, al sole, i petali diventano gialli. Si recavano ai campi dalla mezzanotte alle tre e finivano nella prima mattinata. Poi, se necessario, nel primo pomeriggio, tornavano nelle campagne, per togliere le erbacce.

Le gelsominaie avevano mani leggere per raccogliere il minuscolo fiore, talvolta ci lavoravano anche delle bambine.

Spesso erano vedove di guerra che, non avendo la possibilità di affidare a qualcuno i loro figli più piccoli, li portavano al lavoro e li sistemavano nelle ceste, che poi adagiavano tra le piante.

Tra di loro c’era una donna dalla forte personalità,  Grazia Saporita, chiamata la bersagliera.

Una vera e propria capopopolo che, un giorno di agosto del 1946, stanca di quella situazione insostenibile e munita di un bastone, si recò davanti a ogni casa e convinse le altre gelsominaie a occupare il Commissariato per rivendicare condizioni lavorative più umane e denunciare lo sfruttamento.

Le lavoratrici si facevano guidare da lei sentendosi protette dalla sua grande autorevolezza.

Nell’agosto del 1946, dichiararono il primo sciopero.

Le loro rivendicazioni fecero sì che il loro salario salisse prima a 50 lire al chilo, poi a 80-90, fino ad arrivare a 1.000 lire nel 1975.

Riuscirono anche a ottenere in dotazione degli stivali che permisero alle donne di lavorare con i piedi riparati e non più immersi nel terreno fangoso, dei grembiuli per proteggersi dagli insetti, cesoie per facilitare la raccolta e, soprattutto, un orario di lavoro più accettabile.

Ben presto, anche le altre donne che lavoravano negli aranceti, negli uliveti, nei semenzai, nelle fabbriche di sarde salate delle zone costiere e nelle cave d’argilla, si unirono alla rivolta.

In breve tempo, tutto il Messinese rimase paralizzato.

Questi risultati furono raggiunti grazie a coraggio e tanta determinazione. Molte, durante le proteste, furono arrestate e trattenute nelle camere di sicurezza.

La loro protesta varcò i confini regionali tanto da giungere alle raccoglitrici di olive pugliesi che, nel 1959, organizzarono una rivolta per migliorare le loro condizioni lavorative.

Quando il delicato profumo del gelsomino iniziò ad essere prodotto chimicamente, questa coltivazione a Milazzo sparì e, con essa, finì la storia delle gelsominaie.

La storia di queste lavoratrici ha rischiato di essere dimenticata per sempre.

Ma, nel 2013 il Comune di Milazzo ha intitolato una strada a queste donne.

Per onorare delle donne coraggiose che, presa coscienza dei loro diritti, reclamarono, a gran voce, la dignità lavorativa che era stata loro negata.

#unadonnalgiorno

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