“Ho sempre disegnato con il desiderio nel cuore. Di rado mi sono fatta prendere dal fantastico, disperato intellettualismo di questo secolo.”
Elisa Maria Boglino pittrice libera e ribelle, è stata una significativa protagonista della storia dell’arte del Novecento.
In un mondo dominato dagli uomini, è riuscita a ricavarsi il suo spazio e a riscuotere consenso, rappresentando la solitudine dell’epoca moderna e la complessità del vissuto femminile.
Attraverso la sua arte ha costruito un ponte straordinario tra la cultura nordica e quella mediterranea.
Di padre italiano e madre danese, Elisa Maria Maioli nacque il 7 maggio 1905 a Copenaghen.
Ammessa all’Accademia delle Belle Arti a soli diciassette anni, si era specializzata nell’affresco sotto la guida di Sigurd Wandel.
Ogni primavera partiva con la madre per un viaggio culturale attraverso Europa, e quella fame di sapere, quel desiderio mai quieto, l’aveva portata a stabilirsi sulle rive del Mediterraneo.
Nel 1925 giunse a Palermo per studiare l’arte arabo-normanna, calatasi presto nel vivace ambiente artistico della città, aveva stretto amicizia con importanti esponenti del mondo culturale e, tra gli studi all’ombra della Zisa, aveva incontrato l’avvocato Giovanni Boglino, che aveva sposato nel 1927.
Facendo propria la lezione di pittori rinascimentali come Masaccio e Piero della Francesca, ma anche di Edvard Munch e dell’Espressionismo nordico, si era avvicinata alla cerchia di Renato Guttuso e Lia Pasqualino Noto.
Le sue prime importanti esposizioni risalgono ai primi anni Trenta: Palermo, Roma, Milano, Berlino, ha partecipato due volte alla Biennale d’Arte di Venezia imponendosi fieramente in un panorama artistico che non lasciava spazio alle donne.
La sua opera più famosa, Le alienate, oggi al MART di Rovereto, rivela la cifra profonda del suo sguardo: un’umanità sofferente resa senza pietismo, con linee rapide e dense, colori cupi e una consapevole deformazione della figura umana.
Il suo espressionismo che accentuava la drammaticità delle situazioni, si contrapponeva alla ricercata “pacificazione” dei canoni imposti dall’arte di Stato durante la dittatura fascista. La critica del tempo aveva più volte sottolineato la peculiarità del suo energico segno e la pienezza di colore ritenuti, allora, singolari per una donna.
Durante la seconda guerra mondiale si era rifugiata con la famiglia in una grande azienda agricola, in un bucolico ritiro forzato in cui aveva continuato a disegnare con inchiostro di china, gouache e acquerello, fissando l’istante o rivisitando i racconti biblici.
I suoi due grandi affreschi nella residenza familiare di Palermo, La Creazione e Le buone azioni, andarono distrutti a causa degli eventi bellici.
Dopo anni di isolamento, nel 1947, si era stabilita a Roma, aveva preso uno studio a Trastevere e, ritrovando l’ispirazione, aveva ricominciato a dipingere e esporre tra Danimarca e Italia.
Poco prima della sua morte ha donato alla Basilica di Santa Maria di Leuca il dipinto Emmaus, come atto finale di una vita spesa a interrogare il sacro e l’umano.
Le sue opere sono conservate oggi in musei e collezioni tra Palermo, Rovereto, Milano, Copenaghen e Agrigento.
Si è spenta il 6 luglio del 2002 a Campagnano di Roma.















