Volevo abbracciarli tutti. Appartenevamo gli uni agli altri in qualche modo… Quel dolce sentimento si prolungava e io amavo tutta Harlem con dolcezza, e non volevo essere portoricana né altro, solo la rozza me stessa.
Louise Meriwether, scrittrice, giornalista, analista storica e attivista per i diritti civili, è stata una eminente rappresentante della letteratura nera negli Stati Uniti.
Autrice di diversi libri, tra cui Daddy Was a Number Runner (1970), che attinge ad elementi autobiografici sulla sua infanzia ad Harlem durante la Grande Depressione e nell’era successiva all’Harlem Renaissance e, ancora, Fragments of the Ark e Shadow Dancing. Ha curato biografie divulgative di personaggi illustri della storia nera.
Ha ricevuto importanti riconoscimenti dal National Endowment for the Arts e dal New York State Council on the Arts.
Ha vissuto cento anni pieni di libri, di piazze e di battaglie, lasciando un’impronta indelebile nella letteratura e nella storia afro-statunitense.
Nata l’8 maggio 1923 a Haverstraw, nello stato di New York, da Julia e Marion Lloyd Jenkins, domestica e muratore emigrati verso nord in cerca di lavoro dalla Carolina del Sud. La famiglia si era spostata prima a Brooklyn per poi stabilirsi ad Harlem, quartiere che avrebbe segnato per sempre il suo immaginario e scrittura.
Crescere in quel quartiere, negli anni Trenta, significava vivere in mezzo alla miseria e alla dignità allo stesso tempo: una comunità che resisteva, che cantava jazz, che inventava ogni giorno modi nuovi per sopravvivere. Unica figlia femmina e terza di cinque figli, ha vissuto la città durante la Grande Depressione, in quel decennio che avrebbe nutrito la sua scrittura di immagini nitide e dolore autentico.
Dopo il diploma alla Central Commercial High School di Manhattan, lavorava come segretaria e studiava di sera per conseguire la laurea in inglese alla New York University.
Dopo il matrimonio con Angelo Meriwether, di cui ha tenuto il cognome anche dopo un secondo matrimonio, si era trasferita a Los Angeles dove, nel 1965, ha conseguito un master in giornalismo all’UCLA.
Dopo i disordini di Watts del 1965, violenta rivolta razziale che aveva causato la morte di 34 persone e migliaia di feriti, venne assunta come story editor dagli Universal Studios, diventando così la prima donna nera nella storia di Hollywood a ricoprire quel ruolo.
Parallelamente, collaborava come giornalista freelance con il Los Angeles Sentinel e si era unita al Watts Writers Workshop, l’officina letteraria nata proprio dalle ceneri di quella rivolta.
Nel 1970 è arrivato il libro che l’ha resa famosa, Daddy Was a Number Runner, con la prefazione del grande James Baldwin. È la storia di Francie Coffin, una ragazza di dodici anni che cresce ad Harlem mentre il padre sopravvive grazie al gioco clandestino. Il romanzo, accolto con entusiasmo dalla critica, vendette in breve tempo, oltre 400.000 copie. Considerato oggi un classico moderno, è un ritratto vivissimo della Harlem del passato, un omaggio allo spirito di solidarietà e all’orgoglio di un popolo, ma anche un’emozionante storia di crescita personale, disperata e comica, raccontata dalla voce briosa e disincantata della giovane protagonista.
Seguirono altri romanzi — Francie’s Harlem (1988), Fragments of the Ark (1994) e Shadow Dancing (2000) — e una serie di biografie per le giovani generazioni, dedicate a grandi figure della storia afrostatunitense, tra cui Rosa Parks, Daniel Hale Williams e Robert Smalls, con l’intento di sopperire all’omissione deliberata dei neri dalla storia americana.
Ha anche insegnato scrittura creativa al Sarah Lawrence College e all’Università di Houston, trasmettendo la stessa tensione civile che ha sempre animato le sue scelte.
Più volte perseguitata per il suo coinvolgimento politico e sempre in prima linea per la tutela dei diritti umani, ha lavorato con il Congress of Racial Equality in Louisiana, è stata arrestata e condannata a cinque anni di libertà vigilata durante un sit-in contro la razzista Birch Society in California. A New York è stata determinante nell’impedire a Muhammad Ali di combattere in Sudafrica, rompendo così un boicottaggio culturale. A Washington, nel 2002, quando era già molto avanti negli anni, venne arrestata durante una protesta contro le politiche della Banca Mondiale e del FMI.
Con John Henrik Clarke ha fondato il gruppo anti-apartheid Black Concern e, insieme a Vantile Whitfield, la Black Anti-Defamation Association, nata per opporsi alla trasposizione cinematografica del controverso romanzo The Confessions of Nat Turner di William Styron, che distorceva gravemente la storia e l’immagine di Nat Turner, rivoluzionario che guidò la rivolta degli schiavi nel 1831.
Negli ultimi anni della sua vita, ancora attenta alla situazione internazionale e alla tutela dei diritti umani, è stata coinvolta in diverse attività per rompere il silenzio sugli stupri dilaganti in Congo, sui danni che provocano le multinazionali nel paese e per l’abolizione delle armi nucleari.
Ha fatto parte del consiglio direttivo dell’Organizzazione delle scrittrici africane (OWWA) e, nel 2011, ricevuto il Premio Clara Lemlich per l’attivismo sociale.
Dal 2016 il distretto di Manhattan ha ufficialmente istituito una giornata in suo onore nella data del suo compleanno.
Si è spenta il 10 ottobre 2023 in una casa di cura a Manhattan, all’età di cent’anni. Secondo la regista Cheryl Hill, che l’ha assistita negli ultimi anni, la sua salute era peggiorata dopo aver contratto il COVID nel 2020.
Louise Meriwether ha trascorso un’intera esistenza a fare rumore, con i suoi romanzi, con i cortei, con le parole dette ad alta voce nelle piazze e scritte in piccolo nelle pagine.
Scrivere e combattere sono stati i suoi due mestieri e li ha usati entrambi, con lucidità e con ferocia, fino all’ultimo.
Come diavolo ha potuto Dio prendere la terra nera e trasformarsi in un uomo bianco?















