Anche se vivo fuori dal Kenya da più tempo di quanto vi abbia vissuto, sono ancora una donna keniota.
Wangari Mathenge è una pittrice che col suo lavoro si interroga costantemente su cosa significhi vivere e fare arte, in bilico tra il continente africano e la sua diaspora.
I suoi ritratti, che vedono donne nere come protagoniste, restituiscono dignità, riposo e profondità intellettuale allo spazio domestico, tradizionalmente associato alla sola fatica.
Nata a Nairobi il 13 giugno 1973, aveva sei settimane di vita quando la sua famiglia si è trasferita a Londra, dove il padre prestava servizio diplomatico per il Commonwealth Secretariat, per poi tornare in Kenya dopo circa cinque anni.
È, quindi, cresciuta soprattutto a Nairobi, dove i genitori l’hanno avvicinata al disegno e alla pittura fin dall’infanzia attraverso corsi pomeridiani e dove una professoressa di storia dell’arte delle scuole superiori le ha trasmesso la certezza di voler diventare un’artista.
Ha lasciato di nuovo il suo paese d’origine alla fine degli anni Novanta e si è trasferita negli Stati Uniti, dove ha conseguito una laurea alla Howard University e un master in giurisprudenza al Georgetown University Law Center, specializzandosi in diritto commerciale internazionale. Ha esercitato per anni la professione di avvocata, esperienza segnata anche da episodi di discriminazione razziale vissuti in tribunale che hanno alimentato in lei la consapevolezza di quanto l’Occidente continui a fondare le proprie idee sull’Africa su una “storia unica” e semplificata, per citare la nota definizione della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie.
È stata proprio questa condizione di sospensione tra due mondi a diventare, dopo la svolta artistica, il nucleo del suo lavoro. Da una conversazione con un’amica, in cui avevano riflettuto sul doppio standard basato su un pregiudizio sociale e culturale per cui le persone provenienti dal continente africano e residenti all’estero sono chiamate immigrate e quelle bianche nelle stesse condizioni, sono dette expat, è nata la serie The Expats, costruita a partire da fotografie di famiglia degli anni londinesi e pensata come un gesto di riappropriazione linguistica nei confronti delle persone migranti africane.
Alla stessa tensione risponde la serie The Ascendants, il cui titolo gioca sul doppio senso del verbo “ascendere”, elevarsi verso qualcosa di superiore, ma anche tornare alle proprie origini, in un movimento che per l’artista descrive bene l’esperienza di chi vive tra culture diverse.
In un’intervista ha raccontato come questa condizione si manifesti anche nei piccoli gesti quotidiani, tornata in Kenya dopo molti anni vissuti negli Stati Uniti, durante un’occasione sociale ha chiesto al marito di portarle una tazza di tè, ricevendo sguardi di disapprovazione da chi la circondava, segno di quanto la lontananza avesse finito per disallinearla da convenzioni di genere che continuano a regolare la vita sociale del paese natale. È in questo spazio intermedio, tra ciò che si è lasciato e ciò che si è acquisito altrove, che Wangari Mathenge colloca gran parte della sua riflessione sull’identità nera contemporanea.
La svolta verso la pittura a tempo pieno è arrivata nel 2018, quando ha deciso di dedicarsi seriamente a un’attività che fino a quel momento aveva praticato come hobby. Ha aperto un profilo Instagram per mostrare il proprio lavoro e, prima ancora di iniziare gli studi, ha ricevuto la sua prima proposta per una mostra.
Nel 2019 si è iscritta alla School of the Art Institute of Chicago, dove ha conseguito nel 2021 un master in pittura e disegno, nello stesso anno ha presentato a Los Angeles, alla galleria Roberts Projects, la sua prima personale, Aura of Quiet.
Nel 2021 ha tenuto la sua prima personale britannica, You Are Here, alla Pippy Houldsworth Gallery di Londra, dove ha ricostruito in scala reale il soggiorno della casa londinese della sua infanzia, e ha partecipato alla collettiva Stretching the Body alla Fondazione Sandretto di Torino.
Le sue opere sono entrate in collezioni come quella dello Hirshhorn Museum di Washington e il New York Times Style Magazine le ha commissionato un lavoro per il proprio numero dedicato alla cultura.
Nel 2023 ha debuttato negli Stati Uniti con Tidal Wave of Colour a Los Angeles, titolo che richiama Malcolm X e i movimenti di decolonizzazione del dopoguerra, mentre a Londra ha presentato A Day of Rest, in cui ha invitato venti donne che lavorano come domestiche in Kenya nel proprio studio di Nairobi, ricreato anch’esso in scala reale in galleria, chiedendo loro di posare a riposo, accompagnate da un oggetto personale significativo, per restituire un’immagine di queste lavoratrici lontana dagli stereotipi negativi che solitamente le circondano.
Nel 2024 ha esposto alla newyorkese Nicola Vassell Gallery con Between Wakefulness and Sleep.
Le sue opere sono state incluse in rassegne come Black American Portraits del LACMA e When We See Us, dedicata alla figurazione nera contemporanea e ospitata dallo Zeitz MOCAA di Città del Capo, dal Kunstmuseum di Basilea e dal Bozar di Bruxelles. Oggi fanno parte di collezioni museali che vanno dal Dallas Museum of Art al Detroit Institute of Arts.
“Mi sembra che non sia io a scegliere il soggetto, ma il soggetto a scegliere me“, ha detto a proposito delle donne che dipinge.















