fotografia

Grace Robertson, la fotografa delle donne

Grace Robertson

Le zie mi dicevano, tesoro, farai l’infermiera o la segretaria? E io non avevo assolutamente alcun desiderio di essere nessuna di quelle cose: non c’è niente che mi impedisca di essere una fotografa.

Grace Robertson, fotoreporter e acuta osservatrice della vita britannica, ha lavorato per Picture Post e Life.

Per tutta la sua carriera ha sostenuto la quotidianità e il lavoro delle donne, ritraendo feste di quartiere e gesti comuni che nessun altro fotografo dell’epoca riteneva degni di uno scatto.

In un mestiere quasi interamente maschile, ha scelto di raccontare la working class femminile della Gran Bretagna del dopoguerra prima e più a fondo di chiunque altro.

È stata tra le prime a fotografare il parto per una rivista, immagine allora considerata troppo esplicita per la stampa.

Ha costruito un intero corpus di lavoro attorno alla vita interiore e comunitaria delle donne, finalmente protagoniste e non ritratte come soggetto occasionale.

Il suo lavoro è conservato nelle collezioni delle National Galleries of Scotland, dello Science Museum Group, della Tate e del Victoria and Albert Museum.

Nata a Manchester il 13 luglio 1930, era figlia di Elizabeth Muir e del giornalista scozzese Fyfe Robertson. Aveva lasciato la scuola a sedici anni per prendersi cura della madre, malata di artrite reumatoide, e proprio in quegli anni era cominciato il suo interesse per la fotografia, passando le ore ad ascoltare, incantata, i racconti di viaggio del padre, redattore del Picture Post.

Era stata una fila per le razioni alimentari, in una grigia giornata di guerra, a rivelarle la sua vocazione: osservando il macellaio scherzare con i clienti, si era accorta di guardarlo per la prima volta con occhio fotografico. Tornata a casa, aveva sparso sul pavimento alcune copie del Picture Post: «Ovunque mi fissavano volti: criminali di guerra, statisti, capi tribù, evangelisti e, ancora e ancora, volti di uomini e donne comuni […] è questo, mi sono detta, questo è quello che voglio fare, scattare foto come queste».

Nel 1949 il padre, sostenendo la sua scelta, le aveva regalato una Leica, incoraggiandola ad avvicinarsi a un mestiere che allora era, nelle sue stesse parole, «un mondo di uomini».

Fare la fotografa era una scelta inconsueta e disdicevole e, al pregiudizio sessuale si aggiungeva il rischio che al Picture Post scoprissero di chi era figlia. Per le sue prime proposte aveva quindi usato lo pseudonimo Dick Muir, «Dick perché era il nome di un giovane che un tempo mi piaceva e Muir perché era il cognome da nubile di mia madre». Il primo servizio proposto, su una mostra di capre, le aveva valso la risposta di rifiuto «Persevera, giovane uomo»; il secondo, su una fiera di paese, un più incoraggiante «questi sono promettenti, prova di nuovo».

Suo padre l’aveva indirizzata da Simon Guttmann, che in Germania aveva diretto l’agenzia Dephot e che, dal 1946, gestiva a Londra l’agenzia Report. Aveva lavorato con lui un anno prima di lasciarlo dopo l’ennesima sfuriata.

La prima serie pubblicata con il proprio nome è stata A Schoolgirl Does Her Homework, del 1951, un ritratto intimo e gioioso della sorella minore alle prese con i compiti. È stato l’inizio di uno stile che avrebbe portato avanti per tutta la carriera, storie vicine a casa raccontate con uno sguardo osservativo e mai giudicante. Lo stesso anno le è stato commissionato Sheep Shearing in Wales, sulla tosatura a mano delle pecore in Galles: gli operai, assorti nel lavoro, sembravano ignorare l’esistenza della fotocamera, nonostante la sua statura — oltre un metro e ottanta — non l’aiutasse certo a passare inosservata.

Nel 1952 ha firmato Tate Gallery, un ritratto ironico di visitatrici in cappellino e guanti, alle prese con l’arte contemporanea, e Miss Bluebell’s Girls Go To Italy, sul tour italiano delle ballerine parigine: «trovai qualcosa di molto eccitante nel poter mostrare un gruppo di giovani donne che lavorano insieme con entusiasmo, lontane da casa» aveva dichiarato.

Portava la macchina fotografica ovunque, stazioni ferroviarie, cantieri, piscine, campi sportivi scolastici, decisa a costruire una storia, affinché le sue immagini fossero latrici di una dichiarazione visiva.

Nel 1954 ha realizzato il lavoro che l’ha resa celebre: una gita di sole donne a Margate. Per conoscerle si era recata nel loro pub di Bermondsey, dove tra chiacchiere e bevute era entrata a far parte del gruppo; per tre giorni ha vissuto al loro fianco, prima nel quartiere e poi in gita alla località balneare nel Kent.

Mother’s Day Off è stata pubblicata nel 1954, dopo un primo rifiuto della redazione che la giudicava priva di richiamo per il pubblico e, nel 1989, è entrata nelle collezioni del V&A Museum.

Nel 1955 ha proposto alla rivista un reportage dedicato al parto. La redazione aveva esitato a lungo, temendo di offendere la sensibilità del pubblico femminile, e il servizio Childbirth era stato, infine, pubblicato solo quando la donna ritratta era già all’ottavo mese di gravidanza. È stata una delle primissime immagini di questo tipo apparse su una rivista.

Nello stesso anno aveva sposato il fotografo Thurston Hopkins, suo collega del Picture Post. Dopo il fallimento della rivista, nel 1957, aveva continuato a lavorare come freelance per Life e altre testate, dedicandosi anche alla fotografia pubblicitaria. Aveva rifiutato anche un’offerta di impiego stabile a Life negli Stati Uniti, scegliendo di restare libera nel Regno Unito.

Con la nascita del primo figlio aveva abbandonato la fotografia e si era formata come insegnante di scuola elementare, professione che aveva esercitato dal 1966 al 1978, continuando comunque a scattare. Ritiratasi dall’insegnamento, negli anni Ottanta si era dedicata alla pittura.

Nel 1986 Channel 4 le ha dedicato un documentario e il suo lavoro è entrato in una mostra al National Museum of Photography, Film & Television di Bradford, cui sono seguite numerose esposizioni nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

Nel 1989 ha pubblicato la monografia autobiografica Grace Robertson – Photojournalist of the 50s.

Negli ultimi anni aveva tenuto conferenze sulle donne nella fotografia e utilizzato il premio della Wingate Scholarship per finanziare il progetto Working Mothers in Contemporary Society.

Per il suo lavoro ha ricevuto, nel 1995, una borsa di studio onoraria dalla Royal Photographic Society e una laurea honoris causa dall’Università di Brighton. Nel 1999 è stata nominata Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Nel 2007 ha ottenuto una seconda laurea honoris causa, in Doctor of Education, dalla Brunel University, in riconoscimento dei suoi servizi al fotogiornalismo.

Si è spenta l’11 gennaio 2021, all’età di novant’anni.

«Usa i tuoi occhi, non quelli degli altri» la lezione che aveva ricevuto da giovane è rimasta, per tutta la vita, il suo unico vero metodo.

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