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María Fernanda Ampuero

María Fernanda Ampuero

Essere un povero straniero è ciò che significa essere un immigrato. Non c’è nulla di romantico o attraente, di interessante o di folcloristico in questo.

Nel panorama della narrativa latinoamericana contemporanea, la voce di María Fernanda Ampuero, scrittrice e giornalista ecuadoriana, emerge come una lama affilata che incide senza pietà la superficie delle cose, per mostrare ciò che spesso resta nascosto, la violenza strutturale, i corpi vulnerabili, l’infanzia negata, le gerarchie di classe e di genere che continuano a organizzare il mondo.

Nata il 14 aprile 1976 a Guayaquil, porta nella sua scrittura una memoria incarnata, viscerale, che affonda le radici nella sua infanzia nel quartiere di Los Esteros e nella consapevolezza precoce che crescere, soprattutto per una bambina, significa imparare a sopravvivere.

Fin da giovanissima, il suo apporto con i libri è stato una forma di resistenza e di possibilità.

Dopo la laurea all’Università Cattolica di Santiago de Guayaquil e un master in giornalismo radiofonico, è entrata a lavorare nel quotidiano El Universo.

Nel 2004 si è spostata in Spagna per documentare il processo migratorio ecuadoriano. La sua esperienza migratoria, diventata materia narrativa e politica fatta di precarietà, solitudine e resistenza è confluita nel suo primo libro Lo que aprendí en la peluquería (2011), una raccolta di cronache e articoli che aveva pubblicato per quasi un decennio sulla rivista Fuchsia. Racconta la sua esperienza di migrante, le sue relazioni personali, critiche al machismo e riflessioni sulla condizione delle donne. Il nome del libro si riferisce all’aria di cameratismo che solitamente si respira nei saloni di barbiere.

Selezionata tra le persone latine più influenti della Spagna, nel 2012 ha vinto il premio dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) come migliore cronaca dell’anno.

Con Permiso de residencia le persone migranti diventano protagoniste di una narrazione decoloniale che rifiuta stereotipi e semplificazioni. Restituisce loro complessità, voce e dignità, opponendosi a una retorica dominante che le riduce a numeri o minacce. Raccontare significa sottrarre le storie al controllo del potere per restituirle a chi le vive.

La raccolta Pelea de gallos, che ha ricevuto il Premio Joaquín Gallegos Lara ed è stata elencata tra i migliori dieci libri di narrativa del 2018 dal New York Times, è un viaggio nei territori più oscuri dell’esperienza umana. Qui la violenza è quotidiana, domestica, inscritta nei rapporti familiari, nei corpi delle bambine, nelle relazioni affettive. La famiglia, lungi dall’essere un rifugio, appare spesso come il primo luogo di oppressione.

Scrive di bambine che imparano troppo presto cosa significhi avere paura, di corpi che diventano oggetto di desiderio e controllo, di amori che si trasformano in dominio. Nei suoi racconti, i mostri non abitano mondi fantastici ma sono padri, nonni, uomini comuni, smontando la distinzione rassicurante tra normalità e devianza. La violenza non è un’eccezione: è una struttura.

Il suo lavoro si muove costantemente su un confine fragile tra giornalismo e letteratura. Nei laboratori che conduce,  insiste sulla necessità di affrontare temi “atroci” come abusi, femminicidi, violenze domestiche, senza cadere nel sensazionalismo. Scrivere, per lei, significa trovare una forma capace di toccare chi la legge e trasformare lo sguardo, senza tradire la complessità del reale.

Negli anni, la sua opera si è ampliata e tradotta in numerose lingue, consolidando una presenza internazionale che però non rinuncia mai a una posizione critica nei confronti del sistema letterario globale.

Rifiutando l’idea di rappresentare qualcuno o qualcosa, rivendica la centralità della scrittura stessa, della sua qualità, della sua capacità di dire la verità anche quando è scomoda e difficile da sostenere.

Nel 2019, come responsabile del Piano Nazionale del Libro e della Lettura José de la Cuadra del Ministero della Cultura dell’Ecuador, ha lavorato per promuovere la lettura e rendere la cultura più accessibile, con particolare attenzione alle nuove generazioni.

In un mondo segnato da disuguaglianze sempre più profonde, la scrittura di María Fernanda Ampuero ci costringe a guardare dove spesso distogliamo lo sguardo. Non offre consolazione né soluzioni facili.

La sua forza risiede nel rifiuto di addomesticare il dolore, nel coraggio di nominare l’innominabile, nella volontà di restituire la voce a chi è stata tolta.

Scrivere, per lei, non è un atto neutro. È una presa di posizione. È un modo di stare al mondo senza essere complici.

Non voglio morire rimanendo tiepida, no, questa è la ragione per cui scrivo.
 

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