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Jeanette Winterson

Jeanette Winterson

Libri e porte sono la stessa cosa: li apri e entri in un altro mondo.

Jeanette Winterson, scrittrice britannica pluripremiata e tradotta in quasi 20 lingue, nei suoi romanzi ha ridefinito i confini tra genere, corpo e identità narrativa, oltre che le relazioni tra esseri umani e tecnologia.

La libertà del desiderio e dell’immaginazione, che ha inciso profondamente sulla sua biografia, è un elemento poetico che permea molti dei suoi libri più conosciuti.

La fama è arrivata con Oranges Are Not the Only Fruit, in cui ha raccontato la propria infanzia in una famiglia evangelica pentecostale e il prezzo pagato per essere una ragazza che amava altre ragazze.

Nata il 27 agosto 1959 a Manchester, da una giovanissima operaia che l’ha accudita soltanto per le prime sei settimane di vita in una casa famiglia. Dopo pochi mesi è stata adottata da Constance e John William Winterson, una coppia di evangelici pentecostali che l’ha portata a vivere ad Accrington, nel Lancashire. Il padre, reduce di guerra, ha fatto il cantoniere e poi l’operaio in una centrale elettrica, la madre ha smesso di lavorare per dedicarsi a lei.

Cresciuta nella Elim Pentecostal Church, destinata fin da bambina a diventare una missionaria, ha imparato a leggere sul Libro del Deuteronomio.

In casa c’erano solo sei libri e sua madre non voleva che avesse contatti con nulla che non fosse sacro, ma lei era riuscita a leggere di nascosto, prima di essere scoperta e vedere bruciati i suoi libri proibiti.

A sedici anni si è innamorata di una ragazza della sua stessa chiesa scatenando uno scandalo. Quando la madre lo ha scoperto, l’ha denunciata alla comunità che l’ha sottoposta a un esorcismo durato diversi giorni.

Andata via di casa, senza un posto dove vivere, per un periodo ha dormito in macchina e fatto diversi lavori per mantenersi, tra cui guidare un furgone dei gelati e lavorare in un’agenzia di pompe funebri oltre che in un ospedale psichiatrico.

Tra il 1978 e il 1981 ha studiato letteratura inglese al St. Catherine’s College di Oxford, mantenendosi con impieghi occasionali.

Trasferitasi a Londra, ha lavorato prima a teatro, al Roundhouse, poi come assistente editoriale per Pandora Press, una casa editrice femminista.

In quegli anni ha scritto a mano, nella sala di lettura del British Museum, “Oranges Are Not the Only Fruit,” pubblicato nel 1985, che ha vinto il Whitbread Prize per il miglior romanzo d’esordio. Il libro è poi diventato una miniserie della BBC, di cui ha scritto l’adattamento cambiando il nome della protagonista da Jeanette a Jess. La serie ha vinto il BAFTA per il miglior dramma e per Geraldine McEwan come migliore attrice, oltre al Prix d’Argent al Festival di Cannes per la sceneggiatura.

Da ricordare, tra gli altri, sicuramente il celebre “Written on the Body” del 1992, “The Daylight Gate“, del 2012, ambientato nei processi alle streghe di Pendle del 1612, “The Gap of Time“, riscrittura shakespeariana del “Racconto d’inverno” del 2015 e “Frankissstein: A Love Story” del 2019, candidato al Booker Prize, che intreccia Mary Shelley e un medico transgender.

Nel 2011 ha pubblicato il memoir “Why Be Happy When You Could Be Normal?“, in cui per la prima volta ha raccontato senza il filtro della finzione i venticinque anni della sua vita rimasti fuori da “Oranges“, compresa la decisione di cercare la madre biologica, che ha incontrato più volte con sentimenti contrastanti.

Quando la sua madre adottiva è morta, nel 1990, non è andata al funerale, convinta di non essere mai stata perdonata mentre è riuscita a mantenere un rapporto col padre adottivo.

Jeanette Winterson fa parte della Royal Society of Literature. Nel 2006 ha ricevuto l’onorificenza di Officer of the British Empire e nel 2018 quella di Commander of the British Empire per i servizi resi alla letteratura.

Dal 2012 insegna scrittura creativa all’Università di Manchester, nel 2016 è stata inserita dalla BBC tra le 100 donne dell’anno, e nel 2018 ha tenuto la Richard Dimbleby Lecture per i cento anni del voto alle donne nel Regno Unito.

Tiene un blog e collabora con diverse riviste, convinta che l’arte sia per tutte e tutti e la sua missione è dimostrarlo.

La scelta eterosessuale può restare sullo sfondo della vita di chi scrive, la sua carta da parati. Lo stesso vale per l’essere uomo, o bianco. Uscite da lì, e sarete chiamate scrittrici femministe, scrittrici lesbiche, scrittori gay, scrittrici donne, scrittori neri. Non sarete mai chiamati scrittori eterosessuali, scrittori uomini, scrittori bianchi. Quei segni finiscono per sciogliersi in una sola parola, scrittore.

 

 

 

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