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Jeannette Jara

Jeannette Jara

Jeannette Jara, avvocata e politica cilena, candidata alle presidenziali del 2025, ha riportato in prima linea il Partito Comunista dopo cinquant’anni.

Precedentemente, aveva ricoperto il ruolo di Ministra del Lavoro e della Previdenza Sociale sotto la presidenza di Gabriel Boric.

Figlia di una casalinga e di un meccanico, Jeannette Alejandra Jara Román è nata il 23 aprile 1974 a Conchalí, nella periferia nord di Santiago.

Prima della sua famiglia a laurearsi, ha ripetuto spesso, “vengo dal Cile reale”, rimarcando l’importanza politica della sua origine sociale.

La sua formazione si è sviluppata negli anni immediatamente successivi alla fine della dittatura di Augusto Pinochet, un periodo in cui la democrazia cilena è stata formalmente ristabilita ma è rimasta attraversata da profonde disuguaglianze.

A soli quattordici anni è entrata nelle Juventudes Comunistas e, negli anni Novanta, è diventata una figura di riferimento del movimento studentesco.

Nel 1997 ha guidato la federazione degli studenti dell’Università di Santiago ed è stata arrestata durante proteste contro le autorità.

Dopo aver studiato amministrazione pubblica e giurisprudenza, ha lavorato nel servizio delle entrate, dove si è distinta come dirigente sindacale, un’esperienza che da un lato ha consolidato il suo legame con il mondo del lavoro, dall’altro ha sviluppato una competenza tecnica che è diventata decisiva nella sua carriera politica.

Negli anni successivi è entrata progressivamente nell’amministrazione pubblica, fino a ricoprire il ruolo di sottosegretaria alla previdenza sociale durante il secondo governo di Michelle Bachelet. In quella fase ha contribuito a politiche di welfare e tutela sociale che hanno anticipato molti dei temi portati avanti in seguito.

Con l’elezione di Gabriel Boric è diventata Ministra del Lavoro, prima esponente del Partito Comunista a ricoprire quel ruolo nell’era democratica post-dittatura.

Durante il suo mandato, si è fatta notare per la capacità di negoziare con un parlamento frammentato, ottenendo compromessi concreti. Ha promosso la legge sulle 40 ore settimanali, sostenuto l’aumento del salario minimo, portato avanti la cosiddetta “Ley Karin” contro le molestie sul lavoro e avviato il tentativo — complesso e incompleto — di riformare il sistema pensionistico dominato dai privati.

Questa combinazione di origine popolare, pragmatismo e riconoscibilità pubblica l’ha portata al centro della scena nel 2025.

Dopo essersi dimessa dal governo, ha vinto le primarie della coalizione progressista con oltre il 60% dei voti, battendo figure più moderate come Carolina Tohá. Per la prima volta dalla fine della dittatura, il Partito Comunista cileno ha guidato il campo della sinistra in una competizione presidenziale.

La sua candidatura ha rotto diversi schemi. Da un lato ha rappresentato la continuità con l’esperimento politico di Boric; dall’altro ha introdotto uno stile comunicativo nuovo, meno ideologico e più vicino alla quotidianità delle persone. 

Le elezioni presidenziali del 2025 hanno però confermato quanto sia stato difficile trasformare un consenso interno alla sinistra in una maggioranza nazionale. Ha ottenuto il 26,8% al primo turno, arrivando davanti al candidato della destra José Antonio Kast, ma è stata sconfitta al ballottaggio.

Una battuta d’arresto significativa che ha segnato il limite di una proposta percepita da parte dell’elettorato come troppo legata al Partito Comunista in un contesto segnato da insicurezza e polarizzazione.

Nonostante la sconfitta, è rimasta una figura centrale del campo progressista ricoprendo un ruolo di guida nella ricostruzione dell’opposizione al governo.

Negli ultimi mesi ha concentrato il suo impegno su alcuni assi chiari. Ha continuato a difendere e rivendicare le riforme sociali avviate durante il governo Boric, in particolare sul lavoro e sulle pensioni, cercando di evitare che siano state smantellate o ridimensionate. Allo stesso tempo ha lavorato alla ricomposizione di un fronte progressista uscito dalle elezioni diviso e indebolito.

Jeannette Jara ha incarnato una trasformazione del Partito Comunista cileno, storicamente legato a un’identità ideologica rigida ma negli ultimi anni sempre più coinvolto nella gestione concreta del potere.

La sua capacità di parlare a settori popolari, soprattutto donne e lavoratori, è rimasta uno dei suoi punti di forza più evidenti. Ma la difficoltà a conquistare il centro politico ha evidenziato un nodo irrisolto di tutta la sinistra cilena contemporanea.

In un paese ancora attraversato da disuguaglianze profonde e tensioni sociali, la sua storia — iniziata in un quartiere popolare di Santiago — è rimasta, nel bene e nel limite, una delle chiavi per capire il futuro della sinistra in Cile.

 

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