Mi sono sentita come un’Alice moderna caduta in una tana del Bianconiglio, dentro un paese delle meraviglie della storia della scienza.
Margaret W. Rossiter è la storica della scienza che, nel 1993, ha coniato l’espressione Effetto Matilda, per descrivere il meccanismo sistematico con cui i contributi scientifici delle donne sono stati minimizzati, ignorati o attribuiti a colleghi uomini.
Il nome rende omaggio alla suffragista Matilda Joslyn Gage, che per prima aveva denunciato il fenomeno in un saggio del 1870.
Nata l’8 luglio 1944 a Malden, Massachusetts, da studentessa si era dimostrata più interessata alle vite degli scienziati che agli esperimenti veri e propri; i libri trovati in biblioteca e gli incontri pubblici con studiosi cui assisteva con i genitori a Boston avevano alimentato la sua curiosità. Distintasi come National Merit Scholar, grazie a una borsa di studio al merito aveva studiato matematica al Radcliffe College di Cambridge, per poi passare alla chimica e infine alla storia della scienza, laureandosi nel 1966.
In quegli anni era maturato l’interesse per la storia della scienza, un campo allora ancora agli albori.
Alla scuola di specializzazione dell’Università del Wisconsin-Madison, aveva trovato deludenti i corsi di storia della scienza e decise di approfondire l’argomento con ricerche e letture autonome.
Conseguito il master, si era iscritta al dipartimento di storia della scienza di Yale e aveva completato il dottorato nel 1971, lavorando su temi di scienza agraria e sulla storia degli scienziati statunitensi che avevano studiato in Germania nell’Ottocento.
Durante un incontro accademico a Yale le era stato risposto con assoluta sicurezza che non erano mai esistite donne scienziate: un’affermazione che ha trasformato nell’impulso per l’intero lavoro della sua vita.
Per oltre un decennio ha condotto ricerche negli archivi universitari e nelle raccolte di lettere private senza una posizione accademica stabile, sostenuta da borse di studio e incarichi temporanei, mentre i finanziamenti ottenuti venivano talvolta derisi pubblicamente, come quando un parlamentare li bollò come spreco di denaro pubblico.
La svolta è arrivata quando, spulciando American Men of Science, il repertorio biografico di riferimento dell’epoca, aveva trovato tracce dell’esistenza di centinaia di donne con titoli di studio avanzati, premi e incarichi professionali in ogni disciplina scientifica: nomi che nessun libro di storia aveva mai registrato.
Ha quindi ricostruito le loro vicende scavando in lettere e documenti dimenticati nei fondi archivistici dei college, riportando alla luce anche episodi minori ma rivelatori, come quello della matematica Christine Ladd-Franklin, che pur di assistere a un convegno da cui le donne erano escluse si era nascosta sotto un tavolo coperto da una tovaglia.
Il risultato di questo immenso lavoro è stata la trilogia Women Scientists in America, pubblicata tra il 1982 e il 2012, che ha ricostruito la presenza e le difficoltà delle donne nella scienza statunitense lungo tutto il Novecento.
Nel 1989 la Fondazione MacArthur le aveva assegnato una delle borse “genius”, riconoscimento che ha spinto la Cornell University a offrirle finalmente una cattedra permanente, la Marie Underhill Noll Professorship, all’interno del neonato dipartimento di Science and Technology Studies, dove ha insegnato fino al pensionamento nel 2023.
Tra i riconoscimenti ricevuti figurano una Guggenheim Fellowship, il Berkshire Prize e, nel 2022, la Sarton Medal della History of Science Society. Si è spenta il 3 agosto 2025 a Salem, all’età di 81 anni.
Del suo lavoro di ridefinizione terminologica ha detto: “Ci voleva un nome, perché dargli un nome lo fa restare impresso nelle persone.“















