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Navi Pillay

Navi Pillay

Navi Pillay è la Presidente della Commissione d’Inchiesta ONU sui territori palestinesi occupati.

Magistrata Sudafricana di origine Tamil, nella sua lunga carriera, ha collezionato una serie di primati in quanto donna e non bianca. Parecchi i tetti di cristallo che ha dovuto sfondare con la sua determinazione e competenza.

Giudice della Corte Penale Internazionale, è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e Presidente del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda.

Nel 2012 ha adottato il documento Born Free and Equal inserendo l’orientamento sessuale e l’identità di genere nel diritto internazionale.

Nel settembre 2025, con una dichiarazione storica, ha certificato ufficialmente che a Gaza è in atto un genocidio, chiamando coraggiosamente le cose col loro nome.

Per arrivare a condannare Israele abbiamo raccolto prove. La nostra commissione ha condotto la propria indagine per due anni.
Abbiamo verificato tutti i fatti utilizzando le risorse delle Nazioni Unite: immagini satellitari, prove digitali. Abbiamo ascoltato testimoni, medici, per esempio. Abbiamo ascoltato le dichiarazioni dei leader politici israeliani, tra cui il premier, con un’intenzione genocida. Abbiamo combinato le prove con i criteri stabiliti nella Convenzione per la prevenzione dei genocidi, e possiamo ragionevolmente determinare che c’è stato e continua ad esserci un genocidio nell’enclave palestinese”.

E ancora:

Il presidente israeliano ha chiamato i palestinesi ‘animali’, ha chiesto la distruzione di Gaza. Se Israele sostiene di aver agito in difesa dagli attacchi di Hamas, ovviamente ha l’opportunità di difendersi davanti a un tribunale. Abbiamo chiesto al procuratore della Corte penale internazionale di condurre un’indagine su questi fatti di genocidio contro il primo ministro Netanyahu, il presidente Herzog e l’ex ministro della Difesa, Yoav Gallant”.

Nata col nome di Navanetham Nadoo, il 23 settembre 1941 a Durban, i suoi nonni erano arrivati dall’India come servitù a contratto per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero nel XIX secolo. Quinta di otto figlie e figli di una coppia induista che, opponendosi ai matrimoni combinati, ha voluto che le figlie studiassero così come i figli, grazie alle donazioni della comunità indiana locale, è riuscita a laurearsi in giurisprudenza all’Università di Natal nel 1965.

È stata la prima sudafricana a ottenere un dottorato in scienze giuridiche presso la Harvard Law School nel 1982 e un dottorato in scienze giuridiche nel 1988.

Dopo aver sposato l’avvocato Paranjothee Anthony Pillay, ha preso il suo cognome ed è diventata così Navi Pillay.

Nel 1967 è stata la prima avvocata non bianca ad aprire il proprio studio legale, anche se, nel regime di segregazione, non le era permesso entrare nell’ufficio di un giudice perché non era bianca. 

Nella sua carriera legale si è dedicata a tutelare diritti umani, con particolare attenzione ai crimini riguardanti stupri e  violenza sessuale, denunciando l’uso della tortura e le cattive condizioni carcerarie.

Militando nella Women’s National Coalition, ha contribuito all’inclusione nella Costituzione del Sudafrica della clausola di uguaglianza che proibisce la discriminazione per motivi di razza, religione e orientamento sessuale. 

Nel 1992, ha co-fondato Equality Now, gruppo internazionale per i diritti delle donne.

Nominata all’Alta Corte del Sud Africa, era stata candidata da Nelson Mandela al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È stata giudice e  Presidente del Tribunale Penale Internazionale delle Nazioni Unite per il Ruanda. Il suo mandato è ricordato soprattutto per il ruolo avuto nel processo storico di Jean-Paul Akayesu, che ha stabilito il precedente legale internazionale che considera lo stupro una forma di genocidio e un crimine contro l’umanità.

“Da tempo immemore lo stupro è stato considerato bottino di guerra. Ora sarà considerato un crimine di guerra.” 

È stata giudice della Corte Penale Internazionale fino al 2008, quando è diventata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.

È presidente della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato, presidente della Commissione internazionale contro la pena di morte a Madrid, presidente del Consiglio consultivo dell’Accademia internazionale dei principi di Norimberga e presidente dell’inchiesta sulla detenzione nella Repubblica popolare democratica di Corea.

Nel settembre 2025, la Commissione d’inchiesta che presiede ha stabilito che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. In un editoriale sul New York Times, ha affermato: La storia giudicherà come risponde il mondo. L’obbligo di prevenire il genocidio appartiene non solo agli Stati ma anche al sistema internazionale nel suo complesso. Il Consiglio di sicurezza non deve essere il cimitero della coscienza. Le organizzazioni regionali, i parlamenti nazionali, la società civile e i cittadini comuni hanno tutti un ruolo da svolgere nel spingere i governi ad agire. La Convenzione sul genocidio è nata dalle ceneri dell’Olocausto con un voto solenne: “Mai più”. Quel voto non ha senso se si applica solo ad alcuni e non ad altri.

Esorto ogni governo, ogni leader e ogni cittadino a chiedere: cosa diremo quando i nostri figli e nipoti ci chiederanno cosa abbiamo fatto mentre Gaza è stata bruciata al suolo? Ogni atto di genocidio è una prova dell’umanità che ci lega.

La prevenzione del genocidio non è una questione di discrezione degli Stati. È un obbligo legale e morale, e non ammette alcun ritardo. La legge richiede un’azione. La nostra comune umanità lo richiede.

Paladina della tutela delle persone più deboli in tutto il mondo, continua indomita la missione della sua vita.

 

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