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Suzanne Vega

Suzanne Vega

Sono riservata, ma non timida, mi sento una scrittrice più che una rockstar.

Suzanne Vega è la cantautrice statunitense che ha ridefinito il folk urbano degli anni Ottanta.

In anni patinati e sgargianti, con grazia e sensibilità, ballate intimiste, testi letterari e voce sommessa, ha aperto la strada e ispirato diverse artiste, regalando alla storia della musica mondiale canzoni entrate nell’immaginario collettivo, come Luka e Tom’s Diner.

È nata l’11 luglio 1959 a Santa Monica, in California, da una madre insegnante di origini anglosassoni e da un padre biologico presto uscito di scena. A un anno si è trasferita a New York, dove sua madre si è risposata con lo scrittore portoricano Ed Vega, crescendola tra Spanish Harlem e l’Upper West Side, in un contesto multiculturale che ha segnato la sua identità.

Ha cominciato a scrivere poesie a nove anni e la sua prima canzone a quattordici, mentre studiava danza moderna alla New York High School of Performing Arts, la stessa scuola raccontata nel film e musical Saranno famosi.

Durante gli studi di letteratura inglese al Barnard College della Columbia University ha iniziato a esibirsi nei locali del Greenwich Village, costruendosi una reputazione nella scena folk newyorchese, nonostante le case discografiche fossero inizialmente riluttanti a scommettere su una cantautrice acustica in un decennio dominato da synth e discoteche.

Dopo diversi rifiuti, nel 1985 ha pubblicato l’album d’esordio omonimo, accolto con favore dalla critica e che ha avuto un successo commerciale inatteso, soprattutto nel Regno Unito.

Nel 1987 è arrivato Solitude Standing, l’album che ha consacrato la sua carriera e che contiene Luka, ballata dal sound pop che affronta la violenza domestica vista dagli occhi di un bambino, e Tom’s Diner, brano a cappella ispirato a una mattina trascorsa in un locale vicino alla Columbia University, poi diventato celebre anche come base di riferimento usata dagli sviluppatori tedeschi del formato di compressione audio MP3.

Solitude Standing l’ha resa la prima donna a chiudere da headliner lo storico Glastonbury Festival, un traguardo che ha aperto la strada ad altre cantautrici della sua generazione.

Negli anni successivi ha esplorato territori sonori più sperimentali: Days of Open Hand (1990) ha segnato un cambio di registro verso testi più emotivi e una produzione meno orientata al singolo, mentre 99.9F° (1992) e Nine Objects of Desire (1996), realizzati con il produttore Mitchell Froom, poi diventato suo marito, hanno mescolato folk, dance e sonorità industriali. Il doloroso divorzio le ha ispirato l’album Songs in Red and Gray, del 2001.

Agli inizi del terzo millennio, ha ampliato il proprio lavoro anche alla scrittura in prosa e al teatro, raccogliendo scritti e saggi nel volume The Passionate Eye e dedicando un progetto multiforme alla scrittrice statunitense Carson McCullers, di cui ha scritto e interpretato una pièce teatrale portata a Broadway nel 2011 e confluita nell’album Lover, Beloved: Songs from an Evening with Carson McCullers.

Nell’ottobre 2020, in piena pandemia, si è esibita in streaming dallo storico Blue Note Jazz Club di New York in un evento benefico che ha riunito oltre ottanta locali e promoter indipendenti americani, a sostegno della musica dal vivo messa in crisi dai lockdown.

Nel 2025 è tornata con un nuovo disco, Flying with Angels, che mescola il consueto songwriting introspettivo ad accenti new wave e in cui non manca, nella canzone Speaker’s Corner, la sua forte presa di posizione contro l’amministrazione Trump sul tema della libertà di espressione.

Suzanne Vega ha sempre tenuto la propria vita interiore lontana dai riflettori. La sua forza introversa e la sua magia d’atmosfera derivano da una sagace fusione della sua voce onirica su testi cupi ma enunciati come in una favola, suoni insieme tecnologici e da camera, tocchi commoventi.

Come cantautrice che ha fatto della sobrietà e della discrezione il suo marchio di fabbrica, si è trovata sempre a combattere contro le resistenze e i pregiudizi di un music business restio ad attribuire alle donne i loro meriti.

Antidiva per scelta, nonostante decenni di successo e un repertorio entrato nella cultura popolare, resta una persona riservata che osserva il mondo — persone comuni, amori finiti, città cambiate — con lo stesso occhio clinico e poetico con cui a vent’anni guardava gli avventori di un diner.

Prendo appunti ovunque e poi, spesso, si trasformano in canzoni. Amo passeggiare per New York, andare in autobus… fa parte del mio modo di fare musica.

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