È sera, il sole getta in mare il tempo
che s’infrange e sanguina.
È sera e nessuna forma
sopporta più il dolore.
È sera
e tutte le eccedenze dell’amore
costruiscono musicando
nuovi mondi
appesi all’ardore.
Nelly Sachs, Premio Nobel per la letteratura nel 1966, ha pubblicato nove raccolte di poesia e diversi testi teatrali.
Con la sua voce unica, carica di bellezza e dolore, profondo lirismo, simbolismo religioso e urgenza testimoniale, è stata una delle prime a infrangere il silenzio sulla Shoah.
Le sue metafore hanno dato voce a esperienze indicibili, in un forte contrasto tra tenebra e luce, struggimento e speranza.
Nata a Berlino il 10 dicembre 1891 era figlia di Georg William Sachs e Margarete Karger, coppia colta e benestante di origini ebree.
Dotata la salute cagionevole, era stata educata privatamente e aveva cominciato molto presto a scrivere poesie. A quindici anni era rimasta affascinata dal romanzo La saga di Gösta Berling della scrittrice svedese Selma Lagerlöf, con la quale ha intrattenuto un’amicizia epistolare durata oltre 35 anni.
La prima volta che è stata ricoverata in un sanatorio per scompensi psicologici, era ancora un’adolescente innamorata di un uomo molto più grande di lei che i genitori le avevano impedito di vedere.
Nel 1921 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Leggende e Racconti componimenti caratterizzati da un influsso neo-romantico che ruotano intorno al tema della natura e della musica.
Verso la fine del decennio le sue poesie, suo unico rifugio da una realtà che non accettava, sono state pubblicate su diversi quotidiani berlinesi.
Dopo la morte del padre si era trasferita con sua madre in un piccolo appartamento cercando di non farsi notare a causa delle persecuzioni naziste. Dopo essere stata convocata alla Gestapo, si era decisa a lasciare il paese e cercare rifugio all’estero. Grazie all’intervento dell’amica Selma Lagerlöf, era fuggita in Svezia nel 1940, appena in tempo per evitare la deportazione.
In esilio, mentre assisteva la madre malata, era costretta a lavorare come lavandaia per sopravvivere. Diventata poi traduttrice di opere contemporanee, aveva ripreso a scrivere. Ha descritto le atrocità dell’Olocausto in maniera emozionale, aspra e sottile.
Dopo la morte della madre nel 1950, era precipitata in una crisi psicotica ed era stata più volte ricoverata. Aveva, intanto, iniziato una corrispondenza con il poeta Paul Celan, anch’egli esule, col quale sentiva un’affinità di anima e destino, per entrambi la poesia è stata un’ancora di salvezza dall’abisso del passato.
Nel 1953 ha ricevuto la cittadinanza svedese e alla fine del decennio la sua fama è stata riconosciuta anche in Germania dove, nel 1960 è diventata membro della Libera Accademia delle Arti di Amburgo e, nel 1965 è stata la prima donna a ricevere il premio Friedenspreis des Deutschen Buchhandels.
La sua poesia, dalla sua lingua sottile e espressiva, ricca di immagini e metafore è stata più volte musicata.
Il giorno del suo settantacinquesimo compleanno, il 10 dicembre del 1966, insieme a Samuel Joseph Agnon, ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura.
È morta di cancro il 12 maggio del 1970 in un ospedale di Stoccolma.
Poetessa dell’ombra, tutta la sua opera è stata una testimonianza, un parlare per chi non poteva più farlo, interrogativi profondi e radicali che lasciano domande esistenziali che non trovano risposta.















